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Depositi Iva virtuali, effetti fiscali senza transito delle merci

del 21/04/2011
di: La Redazione
Depositi Iva virtuali, effetti fiscali senza transito delle merci
Si apre uno spiraglio sulla questione dei depositi Iva «virtuali». L'Agenzia delle entrate non sarebbe infatti contraria, in certi casi, alla possibilità di riconoscere gli effetti del regime fiscale anche in mancanza del transito fisico delle merci dal deposito. È quanto ha dichiarato lo stesso direttore dell'Agenzia, Attilio Befera, nel corso dell'audizione di martedì, 19 aprile, presso la commissione finanze della camera dei deputati. Pur riaffermando, allo stato dell'arte, l'inammissibilità dell'utilizzo virtuale dei depositi alla luce dell'orientamento manifestato dall'Agenzia delle dogane e dalla corte di cassazione, Befera ha dichiarato che le Entrate non avrebbero obiezioni qualora «nell'ottica di addivenire a una soluzione di favore per i contribuenti, si considerasse possibile prescindere dall'obbligo di transito fisico dei beni attraverso il deposito Iva, ad esempio tutte le volte in cui questo passaggio è oggettivamente impossibile».

Una cauta, ma confortante apertura, che induce a ritenere che la stessa amministrazione finanziaria non consideri definitivamente chiusa una questione che, al di là delle oggettive difficoltà interpretative poste sia dalla normativa interna (nonostante un fallito tentativo di soluzione legislativa ad opera del dl n. 185/2008), sia dalla disciplina comunitaria (che non contiene indicazioni determinanti), si riflette sulla competitività delle imprese nazionali e dovrebbe, pertanto, essere risolta, in un senso o nell'altro, in modo omogeneo nell'intera area dell'Ue. È necessario infatti evitare che alcuni paesi, adottando interpretazioni più largheggianti, attraggano gli operatori del settore e beneficino degli aggi di riscossione dei dazi sulle merci importate da territori extracomunitari, a danno dei paesi che, come attualmente il nostro, si attengono invece all'interpretazione più restrittiva.

Nella sua audizione a Montecitorio, il direttore dell'Agenzia ha ricordato che l'articolo 50-bis, comma 4, lettera b), del dl 331/93 prevede l'effettuazione senza il pagamento dell'Iva delle operazioni di immissione in libera pratica di beni non comunitari destinati a essere introdotti in un deposito Iva. In tal caso, il successivo comma 6 stabilisce che l'imposta è assolta dai soggetti passivi che procedono all'estrazione dei beni dal deposito attraverso il meccanismo dell'inversione contabile, ossia annotando il debito nel registro Iva delle vendite, ma di regola neutralizzandolo con una corrispondente annotazione a credito per via dell'esercizio del diritto alla detrazione.

L'utilizzo «virtuale» del deposito, senza cioè la materiale introduzione fisica dei beni nel deposito stesso, determina in via di principio, ha proseguito Befera, il recupero dell'imposta non assolta in dogana, venendo a mancare il presupposto che legittima l'importazione in regime di sospensione dell'imposta, costituito, appunto, dalla materiale introduzione dei beni nel deposito fiscale.

A questo orientamento, tuttavia, si oppone la tesi secondo cui, per una serie di motivazioni di principio, l'imposta formalmente assolta attraverso il meccanismo dell'inversione contabile al momento dell'estrazione non può essere nuovamente pretesa, pena la duplicazione dell'imposizione.

Nel precisare che le contestazioni sull'utilizzo virtuale del deposito sono state sollevate dall'Agenzia delle dogane nel corso dei controlli di propria competenza, Befera ha ricordato che la tesi dell'amministrazione doganale è stata confermata anche dalla giurisprudenza della corte di cassazione, secondo la quale l'Iva dovuta all'importazione è un diritto di confine distinto dall'Iva nazionale da applicare all'atto dell'estrazione del bene dal deposito. Con la sentenza del 19 maggio 2010, n. 12262, infatti, la corte suprema ha anzitutto confermato che il deposito Iva ai fini doganali richiede necessariamente l'immagazzinamento fisico delle merci d'importazione, dichiarando poi che l'Iva richiesta dall'Agenzia delle dogane a causa del mancato transito fisico dei beni dal deposito non rappresenta, per via della distinzione sopra ricordata, una duplicazione del tributo assolto all'atto dell'estrazione con l'autofattura. Per inciso, va rammentato che la tesi dell'amministrazione doganale è stata recentemente avallata dal governo in sede di risposta a un'interrogazione parlamentare (si veda ItaliaOggi del 7 aprile scorso).

Ma torniamo all'audizione del direttore Befera. Nell'aggiungere che, per quanto riguarda gli aspetti di competenza delle Entrate, relativi all'assolvimento dell'Iva interna al momento dell'estrazione dei beni dal deposito, la fattispecie non presenta particolari profili problematici, trattandosi di un'operazione il più delle volte neutrale, nella quale l'imposta è assolta mediante la sua contemporanea registrazione tra le operazioni a debito e a credito, il direttore ha conclusivamente dichiarato, come si diceva, che l'Agenzia delle entrate «non avrebbe controindicazioni di natura tecnica» all'adozione di una soluzione che prescinda dall'obbligo di passaggio fisico dei beni attraverso il deposito Iva, ad esempio nei casi in cui questo passaggio sia oggettivamente impossibile.

Roberto Rosati

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