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Il contratto unico divide

del 14/04/2011
di: di Manola Di Renzo
Il contratto unico divide
Il contratto unico divide. Durante lo sciopero dei precari avvenuto alla fine della scorsa settimana, alle lamentele dei giovani disoccupati si è unito un nuovo «balzello»: il contratto unico.

Certo che se si aspetta tanto per un posto fisso, con il contratto unico si attenderà a vita. I sostenitori di questa idea dicono di voler mantenere un unico contratto di lavoro a tempo indeterminato, eliminando tutte le forme di flessibilità vigenti, garantendo all'azienda la possibilità di licenziare «a pagamento». Quindi oltre ad aumentare lo scontento dei lavoratori, si vuol ridurre anche l'autonomia gestionale del datore di lavoro e la sua liquidità economica.

L'intenzione sarebbe quella di imbrigliare in una rigida forma tutte le fattispecie di lavoro, togliendo capacità operative alle aziende e riconducendo i mercati del lavoro alle forme più arcaiche di comunismo primitivo, unica eccezione per i lavoratori del pubblico impiego. La convinzione (o l'illusione?) è quella di poter regolamentare la multiforme realtà dei moderni modi di lavorare e produrre, tra l'altro in continuo divenire, in un unico schema contrattuale.

Viene da pensare quindi al lavoro di Biagi, dei suoi numerosi seguaci, al ministro Maurizio Sacconi, allo stesso Cnai: tutti a sostegno del mondo del lavoro, cercando di garantire nuove occupazioni e lasciando al datore di lavoro la libertà imprenditoriale necessaria a competere con i mercati finanziari. Il mercato del lavoro deve essere elastico, capace di creare gettiti in entrate, ma anche in uscita. Se le aziende vengono obbligate a mantenere gli assunti o a corrispondere indennizzi assurdi per poterli licenziare, non vi saranno nuove assunzioni bensì minori, oltre che perdita degli attuali occupati.

Una simile soluzione penalizzerebbe non solo le imprese, ma prima ancora i lavoratori. A partire dai giovani, che sarebbero destinati a un incremento delle forme di lavoro «nero».

Sia le imprese che i lavoratori hanno visto mutare le regole del gioco, e se la flessibilità e la capacità di conversione delle attitudine non vengono percepite come un vantaggio, le aziende investiranno altrove. La globalizzazione ha portato conseguenze visibili a tutti, tranne ad alcune parti sociali; ragion per cui i sindacati accusano pesanti fatiche ad acquisire nuovi iscritti, in particolare tra i giovani lavoratori, se non fosse per i pensionati chi rappresenterebbero più.

E poi, l'idea dell'indennizzo: «Corrispondere al lavoratore un'ulteriore somma a titolo di indennità di disoccupazione prescindendo dal lavoro svolto e dal settore d'impiego», forse non si è capito di cosa parliamo. Non servono i disoccupati perenni vittime di speculazioni politiche contraffate con la parola welfare, servono incentivi all'occupazione. L'attenzione non va focalizzata sul licenziamento, semmai sull'assunzione. E con quali risorse si penserebbe di attivare misure di welfare di questo tipo?

Già lo scorso anno il ministro del lavoro Sacconi era intervenuto sull'argomento del contratto unico. Lanciando il piano triennale del lavoro aveva detto infatti: «…Un documento breve e veloce, una cornice che conterrà tutti i tasselli che si devono mettere insieme.

Nel piano anche l'attuazione dell'accordo sulla formazione che dovrà tenere conto della dimensione territoriale. Altro che contratto unico. Serve un incontro flessibile e duttile tra domanda e offerta di lavoro». Più chiaro di così non si può.

Noi del Cnai non facciamo che ripeterlo, dobbiamo lavorare sulla legge quadro, altrimenti non vi sono soluzioni.

Il nostro paese non ha bisogno degli illusionisti a trasformare i contratti di lavoro, ma di figure che conoscono le problematiche del lavoro e del precariato, abbiamo bisogno di politiche di sostegno alle imprese, ai lavoratori, preservando e tutelando le forme tipiche e atipiche dei contratti di lavoro.

Sono urgenti manovre politiche di protezionismo, come sta facendo il ministro Tremonti, e possibilmente integrate tra i vari ministeri, nell'intento di valorizzare le aziende nella loro complessità, in primis il fattore umano.

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