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Mini riforma per mini pensioni

del 14/04/2011
di: di Gaetano Stella presidente Confprofessioni
Mini riforma per mini pensioni
Il via libera del Parlamento al ddl Lo Presti è stato salutato da un coro di consensi pressoché unanime. Il provvedimento che modifica l'articolo 8 del decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103 ha senza dubbio il merito di rimpolpare i già magri trattamenti pensionistici dei professionisti iscritti alle Casse, in particolare quelle che adottano il sistema di calcolo contributivo (cioè rapportato ai versamenti effettuati nel corso della vita lavorativa). Di fatto, alle Casse viene concessa la facoltà di stabilire la misura del contributo integrativo da un minimo del 2% fino a un massimo del 5% del fatturato lordo, a carico del cliente che si avvale della prestazione professionale degli iscritti. Tuttavia il nuovo dettato normativo appare decisamente insufficiente per assicurare un giusto trattamento previdenziale soprattutto alle giovani generazioni e lascia trasparire più di un dubbio sulla sua applicazione.

Partiamo da quest'ultima considerazione. Tra le pieghe del ddl Lo Presti c'è una insidia, passata finora inosservata, che rischia di penalizzare i professionisti che lavorano a stretto contatto con gli enti pubblici. Nel corso dell'iter parlamentare del provvedimento, infatti, è stato infilato un emendamento in base al quale, l'incremento dei montanti individuali non può rappresentare «nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Come noto, le Casse dei liberi professionisti sono enti autonomi che non incidono sulla spesa previdenziale nazionale. Perché, dunque, il legislatore ha voluto sottolineare questo passaggio? Secondo Confprofessioni, un'interpretazione restrittiva della norma potrebbe arrivare a stabilire che l'integrativo non si possa applicare alla pubblica amministrazione, costringendo così il professionista a versare di tasca propria il contributo dichiarato in parcella, ma mai incassato dallo Stato. Per migliaia di professionisti che operano con le Asl, con gli enti locali o con gli uffici giudiziari sarebbe una vera e propria beffa, che vanifica le buone intenzioni del ddl Lo Presti. La nuova disposizione normativa lascia più di un dubbio interpretativo, che merita un pronto chiarimento da parte del legislatore, per evitare un effetto distorsivo nel mercato delle prestazioni professionali, già fortemente condizionato da pesantissime gare al ribasso e sconti selvaggi. Negli ultimi due anni, il volume d'affari dei liberi professionisti è calato in media del 20%, con punte che arrivano fino al 60% nelle professioni tecniche. In quest'ottica, l'aumento del contributo integrativo rischia di allontanare i clienti, poco inclini a sostenere un ulteriore costo imposto per legge al professionista, dirottandoli verso servizi professionali a basso contenuto intellettuale.

L'inapplicabilità dell'integrativo agli enti pubblici è solo il dettaglio di una norma, che affronta un dettaglio delle problematiche di sistema legate alla previdenza dei professionisti. Le preoccupazioni sono ben altre. L'aumento del contributo integrativo, da solo, non potrà mai offrire pensioni dignitose ai professionisti se non si interviene in maniera strutturale su due questioni centrali: la sostenibilità finanziaria di lungo periodo delle Casse e l'adeguatezza delle prestazioni pensionistiche dei professionisti.

L'innalzamento dell'integrativo si affianca al contributo obbligatorio già versato alla propria Cassa dal professionista, che vedrà così aumentare il proprio montante su livelli che oscillano tra il 13 e il 18% a seconda dei diversi enti. Una goccia nell'oceano. Secondo le proiezioni dell'Adepp (l'associazione degli enti previdenziali privati), riportate da alcuni organi di stampa, i professionisti che andranno in pensione tra circa 30 anni potranno contare su una rendita di poco superiore ai 12 mila euro l'anno. Ancora più critiche sono le previsioni per le casse che si basano sul sistema contributivo puro che potranno garantire un assegno annuo di circa 5.500 euro l'anno. Si tratta di livelli previdenziali risibili, se non proprio offensivi. Si tratta, comunque, di proiezioni ottimistiche che scontano un eccesso di delega alle Casse. Il ddl Lo Presti, infatti, stabilisce che solo una «parte» del contributo andrà a formare i montanti pensionistici individuali, «previa delibera degli organismi competenti e secondo le procedure stabilite dalla legislazione e dai rispettivi statuti e regolamenti». E l'altra parte? La situazione economica e finanziaria in cui versano alcune Casse è drammatica, come emerge dall'indagine della Commissione parlamentare di controllo delle gestioni degli enti previdenziali alla Camera. L'ipotesi di appianare disavanzi di bilancio con nuove entrate derivanti dal contributo integrativo è di immediata lettura e lascia presagire l'incapacità del sistema di intervenire con misure strutturali che possano favorire l'equilibrio finanziario di lungo periodo delle Casse. Insomma, una misura tampone che, in ultima analisi, decurta ulteriormente le rendite pensionistiche degli iscritti. È una prospettiva concreta e pericolosa che si affianca alle annunciate manovre sul welfare dei professionisti e, in particolare, al varo di un fondo sanitario unico per tutte le Casse. L'ipotesi è suggestiva, ma occorre delineare con esattezza gli ambiti e le sfere di applicazione del welfare per i professionisti. In uno scenario di redditi in calo, si rischia solo di depauperare gli introiti dei professionisti. In questo solco, Cadiprof da tempo ha pensato di estendere anche ai professionisti-datori di lavoro, i cui lavoratori sono iscritti alla Cassa, la possibilità di beneficiare delle garanzie di assistenza sanitaria integrativa, senza gravare di ulteriori costi i professionisti.

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