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Concordato, commercialista in giudizio contro la Cassa

del 14/04/2011
di: Debora Alberici
Concordato, commercialista in giudizio contro la Cassa
Può agire in giudizio contro i comunicati della Cassa che forniscono istruzioni sui modelli dichiarativi il commercialista che chiede, al contrario di quanto previsto dall'ente, l'applicazione del concordato fiscale.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che ha accolto il ricorso di un professionista. L'uomo aveva chiesto che fossero applicate le norme del concordato fiscale 2003. In altri termini aveva chiesto che fosse accertato che l'art. 33 dl n. 269/03, convertito in legge n. 326/03 (cd concordato fiscale) era applicabile nei confronti della Cassa laddove era previsto che «sul reddito che eccede quello minimo determinato secondo le modalità di cui al comma 4 non sono dovuti contributi previdenziali per la parte eccedente il minimale reddituale». Aveva dunque chiesto che fosse dichiarato che, per l'anno 2003, la Cassa non aveva diritto a pretendere il versamento di contributi sul maggior reddito rispetto a quello concordato con il Fisco ai sensi del ridetto art. 33.

Il Tribunale di Genova aveva respinto l'istanza affermando che il professionista non era titolare di un interesse ad agire.

La Corte d'appello aveva confermato il primo verdetto. In sostanza, secondo i giudici territoriali, il gravame del professionista era inammissibile per difetto di interesse essendo stata l'azione di accertamento proposta in assenza di qualsiasi richiesta di pagamento da parte della Cassa di previdenza ed assistenza, avendo provveduto a inviare al suddetto ente la dichiarazione contenente l'indicazione dell'ammontare del proprio reddito annuale (che nel caso corrisponde a quello «concordato») e avendo egli stesso determinato l'ammontare delle somme che riteneva dovute, ai sensi dell'ad. 17 L. 21/86, che prevede il meccanismo di autoliquidazione delle imposte, salva la possibilità di verifica da parte della Cassa circa la correttezza della dichiarazione e del conseguente versamento».

Contro questa decisione il professionista ha presentato ricorso in Cassazione e, questa volta lo ha vinto. In particolare la sezione lavoro ha chiarito che «l'interesse ad agire è un requisito della domanda consistente nell'esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l'intervento del giudice e, nelle azioni di mero accertamento, presuppone uno stato di incertezza oggettiva in ordine alla sussistenza di un diritto, senza che sia però necessaria la sua attuale lesione, e ciò quand'anche la contestazione al riguardo risulti a seguito della proposizione del giudizio».

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