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Comunicazione anti-stress

del 12/04/2011
di: di Carlo Zamponi* * coordinatore area centro Aifos
Comunicazione anti-stress
La recessione economica in Italia sta creando anche «nuovi malati». Per molti italiani la perdita del posto di lavoro, l'avvio alla cassa integrazione, la chiusura di aziende un tempo solide, sta comportando un aumento nei consumi di farmaci ansiolitici. I consumi di tali sostanze nell'anno 2010 sono aumentati di almeno l'11% rispetto all'anno precedente. Il numero di persone che devono fare i conti con attacchi di ansia è aumentato vertiginosamente con la crisi e il fenomeno riguarda soprattutto gli uomini, decisamente più vulnerabili delle donne di fronte all'argomento lavoro.

Paradossalmente all'esercito dei «nuovi malati» bisogna sommarci anche coloro i quali non vivono questo disagio sociale ma continuano ad avere lo status di lavoratori.

Quindi viene da pensare che comunque ci si può ammalare sia per mancanza di lavoro che, per converso, a causa del lavoro anche se per questo ultimo aspetto le valutazioni da compiere sono diverse.

Una considerazione che potrebbe aiutarci a capire la complessità del problema, porterebbe a chiederci se lo stress nasce in azienda e, fuori dai turni di lavoro, viene proiettato nel contesto familiare e poi in quello sociale, invadendo la collettività oppure se emerge da fattori esterni e man mano si arriva a portarlo sul luogo di lavoro.

I connotati della «patologia» avrebbero nature differenti, non sarebbe più il lavoratore a dover essere risarcito, ma le aziende in crisi, ovvero «stressate», in quanto contenitori di stress da lavoro, alle quali necessiterebbero politiche economiche e del lavoro in grado di ricondurre ai normali livelli fisiologici la salute dell'azienda.

Tornando all'esercito dei «lavoratori malati», in considerazione del fatto che lo stress da lavoro è considerato un problema a livello internazionale, anche il legislatore italiano è intervenuto.

Difatti, in attuazione delle disposizioni contenute nel Testo unico della normativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (dlgs 81/08) e s.m.i.) e dopo diverse vicissitudini normative, il 18 novembre u.s. è stata emanata dal ministero del lavoro e delle politiche sociali, direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro, la lettera circolare in ordine alla approvazione delle indicazioni necessarie alla valutazione del rischio da stress lavoro–correlato.

Cos'è in realtà lo stress? Più che dire cos'è c'è da riflettere e quindi da pensare che lo stress, potenzialmente, può colpire in qualunque luogo di lavoro e qualunque lavoratore; prescinde dalla dimensione dell'azienda, dal campo di attività e dal tipo di contratto o di rapporto di lavoro anche se per i lavoratori atipici ovviamente le condizioni psicologiche di partenza sono decisamente diverse. Lo stress non ha colori, confini né tanto meno limiti. Quindi, questo è quello che potrebbe accadere su un qualsiasi lavoratore.

Ma proviamo a invertire i ruoli e considerare il problema da un'altra angolazione per esempio dal fronte o meglio, dalla trincea dell'imprenditore, contestualizzando altresì il problema stress lavoro–correlato nel periodo che stiamo attraversando.

Oltre alla disperata ricerca di tutto ciò che può rendere competitiva la sua impresa per uscire dalla crisi, l'imprenditore ora dovrà anche misurare lo stress da lavoro dei propri lavoratori. Molti di essi, nei confronti della imposizione normativa di valutare i rischi derivanti dallo stress lavoro–correlato, hanno manifestato dubbi e forti perplessità ovvero lamentano altresì l'ennesima incombenza normativa di provenienza europea a carico delle aziende. Altri per esempio la vivono come un ulteriore ostacolo per l'attività in particolare delle piccole imprese che non dispongono di un'organizzazione aziendale e di personale tale da consentire di gestire questo ulteriore obbligo.

Con questo non si discute l'impegno a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori ma in modo analogo è necessario anche nella logica della semplificazione normativa quanto meno ridurre gli oneri amministrativi a carico in particolare delle piccole imprese e quindi sostenere le potenzialità di sviluppo delle stesse.

È verosimile pensare che avanti di questo passo, bisognerà creare uno strumento per misurare lo «stress dell'imprenditore» il quale, spesso, preso fra tanti impegni e pensieri non osserva che se la gestione della sicurezza è un elemento imprescindibile dell'organizzazione produttiva, valutare i rischi di esposizione del lavoratore a stress psicosociale significa mettere sotto la lente del microscopio il cuore dell'organizzazione della sua impresa e quindi cominciare a chiedersi se essa stessa non sia generatrice di rischio.

Valutare lo stress lavoro–correlato non è l'equivalente di valutare un processo produttivo, una macchina, una sostanza o un luogo di lavoro; in realtà si tratta di esprimere un giudizio sulla organizzazione stessa del lavoro la quale, molte volte, è una delle sue principali cause scatenanti in quanto il modello organizzativo adottato, consciamente o inconsciamente, dall'imprenditore per gestire la sua impresa genera infatti, lo stress sia quale evento autonomo o quale rischio generato da differenti concause.

La valutazione del rischio ai fini della sicurezza sul lavoro stress arricchisce, quindi, la gestione della sicurezza di una componente nuova e dal potenziale ancora inespresso: il lavoratore inteso come individuo, con la sua personalità e caratteristiche peculiari, visto nella sua relazione con l'organizzazione creata dall'imprenditore stesso. L'occasione offerta al mondo economico è importante perché potrà servire a realizzare quel ripensamento del modello organizzativo del lavoro, in funzione della valutazione e gestione del rischio, che potrà diventare strumento di pianificazione e competitività proprio nella gestione della componente più variabile e di difficile inquadramento: «Il fattore umano».

Non esiste una ricetta per tutti e per tutte le situazioni in quanto ogni impresa è una impresa diversa dalle altre, ma i livelli di stress, come spesso si verifica, aumentano velocemente quando le persone sono obbligate a confrontarsi con nuove procedure, nuove modalità di lavoro, nuovi requisiti prestazionali, cambiamenti di rotta continui. Non ultimo stante il periodo anche i tagli di budget che si susseguono e che obbligano a rivedere piani di spesa e d'azione comportano innalzamenti dei livelli di stress. Senza poi considerare cosa succede quando vi è confusione organizzativa e quindi mancanza di definizione di ruoli e responsabilità.

Quindi per non divenire «imprenditore malato» potrebbe essere sufficiente mantenere un flusso ordinato di informazioni e di aggiornamenti verso i propri collaboratori, spiegando contestualmente, salvo vere emergenze, le cause di eventuali cambiamenti, indicare tutte le informazioni disponibili e, non ultimo, rendersi disponibile per spiegazioni e approfondimenti.

Non credo esista un misuratore di stress lavoro-correlato, ma ritengo sia necessaria una buona gestione dell'impresa e in modo particolare delle risorse umane le quali vanno gestite sin dalla iniziale selezione e poi seguirle per il loro accrescimento pensando non solo quello che esse sono oggi ma, in prospettiva, pensare a quello che potrebbero essere facendole arricchire in competenze. Quindi una gestione del personale attenta ai segnali, con un sistema premiante che venga accettato anche come sfida, un clima che favorisca l'iniziativa, la propositività, l'ascolto da parte della direzione aziendale. C'è da aspettarsi che se le aziende si adoperano per «una buona gestione», sapranno bene quali possono essere i fattori stressogeni della propria azienda e quindi delle persone, perché le conoscono. A questo punto verrebbe da chiedersi se siano «malati» e/o «potrebbero ammalarsi» anche coloro i quali non vivono il problema del lavoro in quanto non hanno necessità di lavorare perché benestanti. Ma questo è un problema che affligge poche persone.

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