La crescita costituisce, dunque, la questione centrale di questa congiuntura economica e va affrontata e risolta con il concorso di politiche comunitarie, sovranazionali e nazionali coerenti e incisive.
L'individuazione delle ragioni, degli obiettivi e dei percorsi per promuovere la crescita del nostro paese nell'Unione europea è essenziale. Sappiamo anche che essa ci porterà a una comparazione con i maggiori paesi dell'Eurozona, in primis con la Germania e con la Francia.
Riguardo alla crescita l'Italia presenta una situazione negativa duratura e anomala, dovuta a fattori strutturali in parte legati a squilibri territoriali non riscontrabili nei maggiori paesi europei, almeno nella vastità e nell'intensità dei fenomeni sociali, economici e finanziari che si manifestano da noi. Fa quasi impressione ricordarli per sommi capi ma tutti insieme: l'alto debito pubblico, con la sua forte incidenza sui bilanci pubblici; l'economia irregolare e il lavoro sommerso, con la conseguente enorme evasione fiscale e contributiva; il fisco iniquo che opprime lavoro e impresa; rilevanti squilibri nel mercato del lavoro, in termini di occupazione e di precarietà duratura, soprattutto per giovani e donne; un sistema formativo non raccordato correttamente con il mercato del lavoro e delle nuove professioni; un sistema di welfare incompleto e incapace di coordinarsi compiutamente con una sana flessibilità del lavoro e con le esigenze primarie della famiglia e della società civile.
E poi: la carenza logistica e infrastrutturale del sistema economico che si manifesta con la mancanza di opere indispensabili per superare gli svantaggi territoriali; l'assenza o l'insufficienza di reti e di servizi digitali; i gravi ritardi nella ricerca privata e pubblica e nell'innovazione tecnologica, nell'energia e nell'ambiente, nella sicurezza e nella protezione civile; la grave questione irrisolta del Mezzogiorno.
Tutte queste voci costituiscono insieme la grande questione italiana.
Su tutto questo il governo, il parlamento e tutte le istituzioni pubbliche dovranno misurarsi in linea e in coerenza con la strategia Europa 2020. La strategia europea per l'occupazione e la crescita indica precisi obiettivi che orienteranno l'azione governativa degli stati membri.
Essa propone obiettivi e percorsi di massima per il Piano di stabilità e convergenza (Psc) e per il Piano nazionale delle riforme (Pnr) previsti dal semestre europeo, che dovranno essere definiti e presentati contestualmente alle autorità competenti dell'Unione europea da parte degli stati nazionali.
Maggiore attenzione a ricerca e formazione
Gli obiettivi al 2020 che, a parere della Confsal, meritano maggiore attenzione da parte del nostro paese sono: le spese per ricerca e innovazione fissate al 3% del pil; la riduzione degli abbandoni scolastici da portare al livello del 10%; l'incremento dell'istruzione terziaria o equivalente indicato al 40%.
L'Italia, secondo il testo provvisorio del Pnr del novembre 2010 che fissava all1,5% del pil la spesa per la ricerca, la riduzione degli abbandoni al 16% e l'incremento dell'istruzione terziaria al 26%, avrebbe indicatori per ricerca e formazione lontani dai valori fissati dall'Unione europea.
Pertanto, in assenza di una significativa revisione dei valori previsti nel 2010 per ricerca e formazione, primari fattori dello sviluppo, si pregiudicherebbe la competitività del «sistema Italia» in Europa e nel mondo.
Per tutto questo, la Confsal chiede al governo, compatibilmente con il contesto finanziario, maggiore considerazione per ricerca e formazione.
È storicamente provato che le politiche di rigore nella finanza pubblica e il risanamento dei conti pubblici non sono sufficienti per sostenere la crescita, com'è provato che, in assenza di crescita, il risanamento finanziario si presenta quantomeno problematico. Per la crescita, pertanto, sono indispensabili politiche attive efficaci che non prescindano da serie riforme riguardo alla struttura e alle dinamiche della spesa pubblica e riguardo al prelievo fiscale.
La spesa pubblica non può essere governata con una semplice riduzione «indifferenziata e lineare» senza intervenire sulla sua iniqua e ormai vetusta struttura.
L'alta pressione fiscale media, seppure nominalmente stabile, accompagnata da un prelievo fiscale che penalizza il lavoro e l'impresa, nega la competitività del sistema aziendale legale e contrae e/o deprime la domanda interna, fermando lo sviluppo di sistema.
È evidente che se non si interviene con riforme strutturali incisive in materia di finanza pubblica, sul fronte della spesa improduttiva e degli sprechi, e parallelamente sul fronte dell'entrata tributaria, rendendo il fisco equo e l'evasione fisiologica e a livello Eurozona, l'Italia non troverà mai le risorse sufficienti per superare l'attuale e prospettico basso tasso di crescita e un pil stabilmente inferiore a quello medio dell'Unione europea e dei principali competitori.
Obbligate le riforme strutturali della finanza pubblica
Se a questo si aggiunge un debito pubblico elevato e crescente, anche per effetto della crisi globale 2007-2009, che comporta l'aumento degli interessi, il calo degli investimenti, l'aumento tendenziale della tassazione complessiva, la riduzione della spesa produttiva, nonché l'aumento dell'inflazione, si rafforza la tesi, peraltro da molti condivisa, della via obbligata delle riforme strutturali della finanza pubblica.
Una relativa stabilità finanziaria, fermi restando questa struttura della spesa pubblica e l'attuale sistema fiscale, non produce crescita economica e occupazionale mentre contribuisce a generare iniquità e disgregazione sociale.
Intanto, l'Unione europea si sta orientando sull'adozione del concorso di più parametri da considerare ai fini della valutazione della stabilità finanziaria dei paesi membri. Il vertice dei capi di governo dell'Eurogruppo, tenutosi l'11 marzo scorso, ha prefigurato un possibile «Patto per l'Euro» con la finalità di: sviluppare la competitività dell'Eurozona; rilanciare l'occupazione; migliorare la sostenibilità della finanza pubblica; rafforzare la stabilità del sistema bancario; rendere coerente l'evoluzione delle dinamiche retributive con la produttività; introdurre la possibilità di defiscalizzazioni e fiscalità agevolata a sostegno delle aree meno sviluppate, come il Mezzogiorno d'Italia.
Il pacchetto delle misure prevede un concorso di parametri quali: l'indebitamento pubblico; l'indebitamento privato; il risparmio privato; la solidità delle banche; la sostenibilità del sistema previdenziale e pensionistico. Il «patto per l'Euro», così prefigurato, è stato sottoposto alla valutazione del Consiglio europeo che si è appena svolto il 24-25 marzo.
Il concorso di più parametri, oltre a essere più equo e giusto, potrebbe favorire l'Italia che, accanto a un penalizzante alto debito pubblico, può far pesare positivamente uno stabile sistema bancario, un equilibrato livello di indebitamento e di risparmio privato e una relativa sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale e pensionistico. Infatti, l'Italia potrebbe risalire più posizioni in Eurozona fino ad arrivare fra i primi posti.
Inoltre, il Mezzogiorno, con l'introduzione del principio della fiscalità di vantaggio per le aree deboli, potrebbe recuperare competitività.
A questo punto è importante che il governo ascolti i lavoratori, i cittadini e le imprese che chiedono con urgenza efficaci politiche economiche, finanziarie, fiscali e sociali capaci di trovare, seppure gradualmente, giuste e condivise soluzioni alle annose questioni della società reale.
Secondo la Confsal, il governo deve riconoscere e selezionare i problemi del paese che esprime la volontà di rimanere a pieno titolo e con buone prospettive nell'area dell'euro e nell'Unione europea.
Nei prossimi giorni l'Italia presenterà contestualmente il Piano di stabilità e convergenza (Psc) e il Piano nazionale delle riforme (Pnr) in ottemperanza alla previsione del semestre europeo. La Confsal valuterà i contenuti «rivisitati» dei due documenti e quindi orienterà, in piena autonomia, la sua azione politico-sindacale nell'esclusivo interesse di lavoratori e pensionati e del paese.
