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L'elusione ferma il transfer pricing

del 02/04/2011
di: di Debora Alberici
L'elusione ferma il transfer pricing
L'elusione fiscale stoppa il transfer pricing. Le aziende italiane non possono infatti trasferire alle collegate all'estero beni con sconti particolari, non previsti nei listini e nelle tariffe normalmente praticati.

Lo ha sancito la Suprema corte che, con la sentenza n. 7343 del 1° aprile 2011, ha accolto il ricorso del fisco.

La vicenda riguarda una grande azienda milanese che ha ceduto beni a consociate estere «a prezzi inferiori a quelli applicati a società terze indipendenti».

Dopo una verifica della Guardia di finanza, questa operazione era stata contestata dall'ufficio meneghino e bollata come elusiva. Per questo era scattato un milionario recupero a tassazione.

Contro l'atto impositivo l'azienda ha presentato ricorso alla Ctp e alla Ctr e ha vinto.

Quindi il fisco ha adito la Suprema corte, chiedendo ai giudici di confermare il carattere elusivo dell'operazione commerciale, perché, ha sostenuto, in questo modo si sarebbe configurato un illecito risparmio d'imposta.

La sezione tributaria, in 30 pagine di motivazioni, ha confermato l'esistenza di un abuso del diritto, avallando l'operato dell'ufficio.

C'è molto di più. La sentenza rafforza pesantemente la giurisprudenza di legittimità che contrasta senza scrupolo l'elusione fiscale, bloccando le operazioni commerciali dell'impresa.

Anche se, in molte occasioni, l'amministrazione finanziaria rassicura che lo strumento dell'abuso del diritto viene usato con grande cautela dal fisco e che gli uffici hanno gli strumenti per fare delle valutazioni corrette.

Comunque gli Ermellini, depositando una sentenza che farà senz'altro discutere, hanno emesso un verdetto in cui le limitazioni degli uffici delle Entrate in fatto di elusione sono davvero poche.

Ed ecco quindi un verdetto perentorio. «Gli sconti d'uso», si legge in sentenza, «dei quali la norma vuole si tenga conto sono unicamente quelli praticati sui listini o sulle tariffe dello stesso soggetto che ha fornito i beni o i servizi - come parimenti, ma solo in mancanza di quei listini e/o di quelle tariffe, sulle “mercuriali”, sui “listini delle camere di commercio” e sulle “tariffe professionali” - “in condizioni di libera concorrenza” (oltre che “al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati; e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi”), non già, e non anche, agli “sconti d'uso” applicati solo nei rapporti infragruppo essendo evidente che siffatta pratica (capace, di per sé sola, di determinare anticipato “spostamento” all'estero del corrispondente reddito prodotto in Italia), siccome “limitata” alle società dello stesso gruppo economico, non rappresenta affatto il “prezzo o corrispettivo mediamente praticato” dal soggetto “in condizioni di libera concorrenza”, e, quindi, non è idoneo a fissare quel “valore normale” che il legislatore prescrive di considerare perché da esso ritenuto l' unico rappresentativo del “prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie”».

Da ciò deriva che le c.d. «rémise», ovverosia le riduzione percentuali del prezzo praticate nei soli rapporti economici con società considerate nell'art. 110 del Tuir, non sono gli «sconti d'uso» contemplati dal terzo comma dell' art. 9 del medesimo Tuir perché le riduzioni percentuali del prezzo di «listino» e di «tariffa» che la norma prende in considerazione quali «sconti d' uso» sono unicamente quelle usualmente praticate dal «soggetto» sui propri «listini» o sulle proprie «tariffe» per le operazioni concluse «in condizioni di libera concorrenza», ovverosia per le operazioni economiche concluse con soggetti estranei al proprio gruppo economico.

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