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Inquinamento, Italia fuori legge

del 01/04/2011
di: di Silvana Saturno
Inquinamento, Italia fuori legge
Italia fuori legge sulla prevenzione e riduzione dell'inquinamento. Negli ultimi 15 anni l'Italia non ha provveduto al corretto recepimento della normativa ambientale comunitaria contro le emissioni industriali: la direttiva 96/61/Ce, detta anche direttiva «Ippc» (da «Integrated pollution prevention and control», ovvero «prevenzione e riduzione integrata dell'inquinamento»). Più in particolare, non sono stati effettuati controlli adeguati sugli impianti «esistenti», quelli che al 30 ottobre '99 erano già in funzione o erano autorizzati. Una leggerezza operativa che ieri si è tradotta in sentenza di condanna della Corte di giustizia nella causa C-50/10.

La normativa Ippc e gli impianti esistenti. La direttiva di base è la 96/61/Ce, più volte modificata e oggi sostituita dalla direttiva 2008/1/Ce. È finalizzata a far calare l'inquinamento prodotto da attività industriali attraverso una molteplicità di strumenti: autorizzazione integrata ambientale, adozione delle «migliori tecniche disponibili», verifiche, aggiornamento, accesso all'informazione, partecipazione del pubblico alla procedura autorizzativa. In Italia è stata recepita sul piano normativo con dlgs n. 59/05.

Per essere in regola, gli stati europei avrebbero dovuto provvedere, entro il 30 ottobre 2007, ad adottare misure autorizzative o di riesame interne che realizzassero l'effettivo adeguamento degli impianti esistenti alle più aggiornate norme comunitarie. Tra marzo 2005 e febbraio 2007, la Commissione Ue ha più volte sollecitato i paesi affinché rispettassero i termini. L'Italia, dopo aver adottato il dl 180/07 che ha prorogato al 31/3/08 il termine per l'adeguamento degli impianti esistenti, al 30 ottobre 2009 ha comunicato all'Ue che su 5669 impianti esistenti in esercizio, 4465 erano dotati di autorizzazione integrata ambientale («Aia») e per i rimanenti 1204 erano in corso procedure di rilascio di autorizzazioni integrate.

La condanna della Corte Ue. Secondo i giudici europei, l'Italia è venuta meno agli obblighi comunitari perché non ha adottato le misure necessarie affinché le autorità controllassero, con autorizzazioni rilasciate a norma della direttiva Ippc o tramite riesame e aggiornamento delle prescrizioni, che gli impianti esistenti funzionassero secondo i requisiti imposti dalla direttiva stessa.

L'Italia ha provveduto alla «mera verifica delle autorizzazioni preesistenti, diretta esclusivamente a valutare l'assenza di un evidente contrasto con la direttiva Ippc», che, si legge nella sentenza, non consente di accertare la conformità del funzionamento degli impianti esistenti ai nuovi requisiti, e perciò «non appare adeguata al fine di garantire il rispetto degli obblighi previsti dalla direttiva».

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