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La conciliazione non trova pace

del 31/03/2011
di: La Redazione
La conciliazione non trova pace
Non c'è pace sulla conciliazione. A quasi un mese dall'entrata in vigore del decreto legislativo che ha introdotto la mediazione obbligatoria in materia civile e commerciale, le polemiche volano ancora altissime. Uno degli ultimi teatri dello scontro che vede contrapposti il mondo dell'avvocatura e il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è stato il Palazzo di Giustizia di Milano, dove il 28 febbraio scorso, il presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, ha arringato la foltissima platea (quasi tutti avvocati) intervenuta al convegno, promosso dall'Accademia dei giusprivatisti europei, su «Il processo civile: problemi di funzionalità e strategie». In Italia le cause civili pendenti hanno raggiunto la cifra record di 5 milioni e secondo l'ultimo rapporto della Banca Mondiale, l'Italia si colloca al 158 posto su 180 Paesi esaminati per l'efficienza della giustizia. Snocciolando numeri e statistiche, il numero uno degli avvocati milanesi ha demolito il nuovo istituto della mediazione, pronosticando che «la conciliazione obbligatoria non riuscirà smaltire l'arretrato delle cause civili, anzi penalizzerà ulteriormente i cittadini che non potranno vedere soddisfatto il loro diritto alla difesa».

Tutto da buttare, dunque? «Con la conciliazione obbligatoria dobbiamo fare la prova del budino: meglio assaggiarlo per poi vedere se è buono». Dopo aver gettato le basi della conciliazione nella «sua» riforma del diritto societario, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti, sceglie la linea della prudenza sul provvedimento che vede contrapposti il mondo dell'avvocatura e il guardasigilli Alfano. Secondo Vietti, «gli organismi iscritti al registro ministeriale hanno mostrato competenze idonee per le procedure di mediazione obbligatoria, ma la conciliazione societaria in vigore già dal 2004 non prevedeva alcun obbligo». Non sarà dunque la panacea dei mali della giustizia civile, ma la conciliazione obbligatoria potrebbe contribuire ad alleggerire l'arretrato e a tagliare la durata dei processi. «I costi connessi alle cause civili producono una perdita netta che deriva dalle distorsioni del sistema giudiziario» ha aggiunto Vietti, «la durata dei processi e tutti i crediti incagliati nelle cause sottraggono risorse al circuito economico-produttivo, penalizzando la concorrenza e soprattutto le piccole e medie imprese». Il vicepresidente del Csm ha ricordato come in Italia un processo civile in primo grado abbia una durata di 960 giorni, in appello di 1.509. Totale: 6 anni e 10 mesi. Nel nostro Paese per recuperare un credito commerciale occorrono 1.210 giorni contro una media europea di 462 giorni. «Dobbiamo sincronizzare l'orologio della giustizia civile con quello dell'economia» ha chiarito Vietti. «I Paesi in cui il sistema giudiziario è efficiente sono quelli più competitivi sui mercati economici e finanziari. Lo stato di insolvenza della giustizia civile non riguarda gli addetti ai lavori, ma tutte le forze del Paese».

Compresi i liberi professionisti, che nel processo civile svolgono una duplice funzione, come ha sottolineato il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella: «Da una parte il professionista è soggetto alla responsabilità professionale nello svolgimento del proprio ambito di competenza e, dall'altra, è parte attiva del processo civile come ausilio indispensabile per i magistrati e le altre figure del processo». Sul fronte delle responsabilità, la riforma delle professioni dovrebbe prevedere disposizioni che ne chiariscano il contorno rispetto all'esercizio della attività professionale, ma il disegno di legge è ancora incagliato alla Camera, ha rimarcato Stella a Vietti che nel 2004 aveva presentato una riforma organica e condivisa delle professioni, ma poi messa in discussione dall'ex ministro della giustizia Roberto Castelli. Il problema non è di poco conto, soprattutto alla luce dei nuovi orientamenti giurisprudenziali che «potrebbe comportare il passaggio da una responsabilità per colpa a una responsabilità di tipo più «oggettivo», con l'esito di determinare un considerevole ampliamento delle fattispecie nelle quali il professionista può essere ritenuto responsabile di inadempimento», ha spiegato Stella. Il riferimento del presidente di Confprofessioni è alla sentenza pronunciata il 30 ottobre 2001 dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione che, rovesciando il precedente orientamento, hanno stabilito che colui che con un contratto si è impegnato a fornire una certa prestazione, in caso di giudizio deve dimostrare non soltanto di avere adempiuto la prestazione promessa, ma anche di averla adempiuta esattamente, mentre come detto in precedenza la giurisprudenza addossava gli oneri della prova alla controparte, cioè alla parte che aveva ricevuto la promessa della prestazione. La pronuncia delle sezioni unite ha avuto una influenza quasi immediata sulla responsabilità del medico, con le decisioni della Corte di cassazione del 2004 e del 2006

«Nel mondo anglosassone», ha segnalato Stella, «il fenomeno della eccessiva crescita dei risarcimenti, rischia di determinare una situazione di disincentivo, che addirittura può portare in determinate professioni intellettuali ad una vera e propria paralisi dell'attività. E nel caso specifico della responsabilità medica il grido di dolore dei medici è assai forte: troppi sono i risarcimenti, conseguenti alle troppe cause iniziate, troppo alti sono i premi assicurativi».

Il professionista, però, è anche parte attiva del processo civile, basti pensare all'attività svolta dai Ctu, i consulenti tecnici del giudice. Secondo Stella, «il ruolo di Ctu può esaltare le competenze e le conoscenze specialistiche che contraddistinguono i professionisti, i quali possono offrire un apporto decisivo alla giusta definizione del processo». E anche la mediazione obbligatoria potrebbe rappresentare una nuova chance per i professionisti «nella accezione più ampia del termine», che possono assumere diversi ruoli partecipando alla mediazione come procuratore della parte (il classico ruolo dell'avvocato che assiste il proprio cliente), come consulente (in quei procedimenti di mediazione che necessitano di particolari conoscenze tecno-scientifiche) e infine come mediatore. Secondo Stella «Con l'entrata in vigore del dlgs 28/10, si è aperta la possibilità – anche e soprattutto per i giovani professionisti – di ampliare le proprie opportunità di lavoro e di formazione professionale».

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