I dati del resto parlano chiaro. In questi anni gli enti locali sono stati costretti a frenare la spesa in conto capitale in generale e gli investimenti infrastrutturali in particolare per rispettare il patto di stabilità. E ciò, ha proseguito Giampaolino, «ha prodotto effetti perversi non solo sulle infrastrutture primarie, ma anche sull'attivazione di opere pubbliche minori, di interesse locale, che pure avrebbero contribuito al sostegno della crescita nella fase più critica del ciclo economico». Di qui la necessità di una revisione del Patto che, secondo il presidente della Corte conti, dovrebbe consentire agli enti di selezionare gli interventi capaci di massimizzare gli effetti positivi sulla crescita, «abbandonando le infrastrutture di scarsa (o nulla) utilità a favore delle opere di alto contenuto economico e sociale».
Ma non è solo la scarsità di risorse a frenare le infrastrutture. Anche la lentezza realizzativa fa la sua parte, soprattutto al Sud. Se infatti, osserva la Corte, le titubanze decisionali costituiscono una costante lungo lo Stivale, la fase realizzativa segna una netta divaricazione tra le aree del paese. Come certificano i dati del Cipe secondo cui a fine 2009 solo il 10% delle infrastrutture strategiche sarebbe stato portato a termine al Sud, contro il 30% del Centro-Nord. Completa il quadro la costante erosione di risorse subìta dai fondi Fas e favorita, ammette la Corte, dal fatto che «ancora oggi una parte delle risorse assegnate negli anni 2000-2006 è in fase di utilizzo». Per questo Giampaolino ha chiesto alla Bicamerale che il federalismo destini una elevata percentuale (85%) delle risorse presenti nel Fondo per lo sviluppo e la coesione alle regioni del Mezzogiorno.
