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Immigrazione, urge nuova rotta

del 29/03/2011
di: La Redazione
Immigrazione, urge nuova rotta
Il tema dell'immigrazione e della reale capacità dell'Italia di saper accogliere le migliaia di persone che stanno sbarcando sulle nostre coste è nell'agenda di tutti i tavoli politici e tecnici. L'impatto di questo fenomeno, in molti casi provocato da vere e proprie emergenze umanitarie, ha logicamente serie ripercussioni sul sistema economico e occupazionale nazionale.

Il paese è in continua evoluzione, il tessuto sociale sta cambiando e si sta modificando con l'ingresso sul territorio nazionale di numerosi nuovi cittadini. I flussi migratori, da sempre dettati da motivi legati al territorio di appartenenza o dalla ricerca di nuove possibilità e opportunità di vita, hanno un influsso molto forte anche dal punto di vista lavorativo.

Il lavoro, d'altronde, è quasi sempre il primo livello di contatto tra nuovi e vecchi cittadini e rappresenta di sicuro il primo mezzo di reale integrazione nella società dei cittadini stranieri residenti in Italia.

I 2 milioni di lavoratori, che concorrono alla creazione della ricchezza del sistema Paese e aumentano ogni anno per supplire alle carenze della forza lavoro incidono per il 9,5% del pil e producono circa il 3% del gettito fiscale.

Inoltre, il sistema delle piccole e medie imprese nazionali, motore trainante della nostra economia, registra un aumento significativo dell'imprenditoria gestita da cittadini stranieri. Sono quasi 250 mila piccoli imprenditori titolari di aziende individuali che al 30 giugno scorso risultavano iscritti ai registri delle camere di commercio, pari al 7,3% di tutte le aziende di questo tipo.

Ma il connubio tra lavoro e stranieri ha anche un lato negativo: il lavoro irregolare. Gli ultimi dati resi noti sul lavoro sommerso dal ministero del lavoro e dall'Istat sono, sfortunatamente, lo specchio di un mercato colpito in maniera troppo evidente dalla crisi che sta attraversando il paese. «I consulenti del lavoro, le istituzioni, le associazioni che si occupano di migrazione combattono quotidianamente contro questo fenomeno ponendosi tra aziende e lavoratori per cercare di diffondere una nuova cultura del lavoro, regolare e dignitoso», ricorda Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro. Il lavoro sommerso si concentra infatti in settori come l'agricoltura e i servizi (in primis quelli alla persona) dove la richiesta di manodopera è alta e i datori di lavoro sempre più spesso tendono a usufruire dei servizi di lavoratori stranieri, a volte anche non regolari.

«Uno dei mezzi utili per ridurre il lavoro sommerso è la riduzione della contribuzione sul costo del lavoro, che ha peraltro raggiunto un livello di gran lunga superiore alla media europea. Questo implicherebbe per i lavoratori un minor gap tra retribuzione lorda e netta, e per le aziende un incentivo a regolarizzare i dipendenti impiegati in modo illegale» ricorda la Calderone. «Inoltre, andrebbe sponsorizzato l'utilizzo degli strumenti di flessibilità come il contratto part-time elastico, i voucher lavoro, i tirocini, l'apprendistato e il lavoro intermittente che oggi consentono di coniugare la tutela dei diritti e l'inserimento regolare nelle imprese garantendo una concorrenza leale tra i datori di lavoro».

Senza dimenticare il ruolo fondamentale che hanno i servizi ispettivi per monitorare il mercato in modo puntuale: un'attività che necessita però di maggior coordinazione, per eliminare le differenti matrici che caratterizzano l'azione dei diversi enti incaricati.

Davanti a questa situazione attuale, l'ordinamento italiano deve trovare il modo per adattare il proprio sistema giuridico vigente alle modificate condizioni del mercato. E il primo intervento normativo dovrà essere effettuato sul sistema delle quote di ingresso, la cui efficacia è clamorosamente superata dalla realtà che si vive quotidianamente.

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