Il Cnai già nel 1998 aveva pensato a disciplinare quelle forme di lavoro che Biagi ha poi riportato nel 2003 sul Libro Bianco.
Fino al recente passato queste idee, seppur sempre applaudite, non hanno funzionato. Adesso i tempi sono maturi e i cambiamenti cominciano a farsi sentire: la cultura e la filosofia promossa dal Cnai sta finalmente prendendo quota anche in Italia, dopo che già da tempo si è manifestata negli altri paesi. Più volte abbiamo scritto su queste pagine come il mercato del lavoro italiano sia viziato, limitato e rallentato dalle opposizioni monolitiche di alcune ideologie anacronistiche, comuni a determinate parti sociali. Biagi aveva più volte sottolineato il concetto, parlando di un'oppressione che aveva fortemente contratto la propensione ad assumere, a discapito in particolare di donne e giovani.
Parlava di relazioni collettive di lavoro innaturalmente rigide e centralizzate, finalizzate a un improprio diritto di interdizione sul potere dell'imprenditore nell'organizzazione. Le conseguenze che metteva in evidenza erano una bassa produttività e utilizzazione dell'impianto insieme a bassi salari. Servono nuove regole in grado di tutelare coloro i quali non siano già garantiti.
Come abbiamo scritto la settimana scorsa su queste pagine, la recente scelta di privilegiare e favorire (per ora su base regionale e al nord) l'apprendimento in ambiente lavorativo è un chiaro passo avanti verso l'obiettivo fissato da Marco Biagi. Per pensare a un ulteriore progresso bisogna invece pensare a uno statuto dei lavori redatto in coerenza con il materiale che ci ha lasciato. «Meno legge, più contratto», in estrema sintesi, a voler significare che le regole dovrebbero essere adattate ai tempi e ai luoghi. Anche gli accordi di Pomigliano e Mirafiori rendono palese che ci si sta muovendo in questa direzione. La meta appare chiara a tutti: crescita con occupazione e maggior salario. Nel complesso mondo della competitività globale solo l'interesse comune ai risultati può portare vantaggi. Per l'impresa e per i lavoratori.
Per raggiungere la competitività in un mondo rivoluzionato dalla globalizzazione solo un quadro di regole che favoriscono la dinamica sociale può essere utile.
Abbandonare gli interessi di parte e le ideologie sembra uno step fondamentale quanto difficile. Tutti quegli opportunismi e quegli interessi di parte che hanno caratterizzato anni grigi per il mondo del lavoro non possono e non devono ripetersi. La legge che porta il nome di Biagi ha incoraggiato la propensione ad assumere e la dinamicità del mercato grazie a operatori privati e sistemi di incontro tra domanda e offerta.
Come abbiamo scritto discutendo su queste pagine di «modello Marchionne», è necessario spostarsi verso una struttura di partecipazione agli utili e attenzione alla produttività. E per fare ciò occorre combattere alcuni problemi radicati come l'assenteismo, il potere eccessivo di sindacati che contano tanto rappresentando pochi, la bassa produttività e non ultima la scarsa motivazione del lavoratore.
L'appello è dunque a tutte le parti sociali, specie quei sindacati che si oppongono sempre, senza voler sentire ragioni: c'è bisogno di un riformismo sindacale lungimirante, ragionevole e coraggioso per poter far crescere sia il mercato lavoro che il paese. Per migliorare, per evitare l'odio.
