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Inventari, l'assenza si nota

del 24/03/2011
di: di Debora Alberici
Inventari, l'assenza si nota
La sola mancanza in azienda del libro degli inventari legittima l'accertamento induttivo e l'applicazione degli studi di settore. Lo ha stabilito la Suprema Corte di cassazione che, con la sentenza numero 6623 depositata ieri dalla sezione tributaria, ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle entrate, sancendo la validità di un accertamento induttivo basato sugli studi, perché, aveva spiegato l'ufficio, l'azienda non aveva tenuto il libro inventari. La sezione tributaria, dando un'interpretazione estensiva all'articolo 39 del dpr 600 del '73, ha ricordato che questa norma «prevede che l'Ufficio delle imposte possa determinare il reddito d'impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza quando dal verbale di ispezione redatto ai sensi dell'art. 33 risulta che il contribuente non ha tenuto o ha comunque sottratto all'ispezione una o più delle scritture contabili prescritte dall' art. 14 stesso dpr». Da ciò deriva, ha sancito Piazza Cavour, «che la mancata tenuta del libro degli inventari - prescritta dal succitato art. 14 - legittima l'amministrazione erariale alla ricostruzione dell'imponibile in via induttiva anche sulla base di presunzioni semplici e con inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, ai sensi dell'art. 3».

La vicenda riguarda una cooperativa campana alla quale era stato notificato un accertamento basato sugli studi di settore perché, aveva motivato l'ufficio delle imposte di Napoli, in azienda non era stato tenuto, come prescrive la legge, il libro degli inventari. La contribuente aveva impugnato l'atto impositivo e la commissione tributaria provinciale campana lo aveva accolto. La decisione era stata poi confermata dalla commissione regionale. In particolare, secondo i giudici di merito «la sola mancata tenuta del libro degli inventari non consentiva il ricorso all'accertamento sintetico». Dunque la ctr aveva affermato che «il ricorso agli studi di settore e la conseguente applicazione del coefficiente del 75% appare insufficientemente motivato e sotto un certo aspetto arbitrario se non sostenuto dalla certezza delle gravi irregolarità».

Contro questa decisione l'Agenzia delle entrate ha presentato ricorso in Cassazione e lo ha vinto. Infatti il Collegio di legittimità, aderendo fra l'altro alle richieste formulate dalla Procura generale nell'udienza tenutasi al Palazzaccio lo scorso 24 febbraio, aveva sollecitato l'accoglimento del primo motivo del ricorso principale.

Ora a chiudere definitivamente il sipario sulla vicenda dovranno intervenire di nuovo i giudici napoletani a cui gli Ermellini hanno rinviato.

La decisione arriva un po' come una doccia fredda dopo le numerose sentenze che hanno messo «ko» gli studi di settore usati una volta come strumenti inconfutabili di accertamento. Una delle ultime motivazioni depositate al Palazzaccio, forse quella che ha rappresentato la bordata più pesante per il fisco, è la sentenza n. 4792/2011 secondo cui gli studi di settore sono inapplicabile dall'amministrazione nei periodi di saldi.

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