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Calderone (Cno): è una sentenza sbagliata

del 12/03/2011
di: Ignazio Marino
Calderone (Cno): è una sentenza sbagliata
«Siamo in presenza di una sentenza sbagliata. Non è la prima e non sarà certamente l'ultima». Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, commenta così la pronuncia n. 10100 della Corte di cassazione, datata 25 febbraio 2011, e depositata ieri (si veda altro articolo in pagina). «Sbagliata» soprattutto perché, questa è la tesi del Cno, negli ultimi anni la legge istitutiva dell'ordine (la n. 12/79) che definisce gli ambiti di esercizio della professione è stata integrata più volte. «Purtroppo», dice la presidente, «la normativa vigente in materia fiscale non è stata interamente vagliata in fase di giudizio. Ove ciò fosse avvenuto ci si sarebbe imbattuti, ad esempio, nelle norme regolanti il contenzioso tributario che prevedono la competenza piena dei consulenti del lavoro in materia fiscale; ovvero in quella che regolamenta l'attività degli intermediari telematici. Quindi, secondo la Cassazione il consulente del lavoro - che può difendere imprenditori e aziende davanti ai giudici tributari per ricorsi aventi oggetto imposte e tasse di ogni genere - non ne potrebbe curare la contabilità. Oppure, può trasmettere le dichiarazioni fiscali degli stessi soggetti, ma senza compilare i modelli dichiarativi. Insomma, sarebbe bastato vagliare tutta la normativa vigente per evitare di emettere una sentenza sbagliata». Per il futuro, secondo la Calderone, non cambia nulla. Anzi. «Se sarà necessario», conclude, «ci autodenunceremo tutti per esercizio abusivo della professione; daremo così la possibilità ai giudici di esprimersi nuovamente e in modo più appropriato».

Sceglie una via più diplomatica il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. «Abbiamo sempre accettato con serenità le pronunce giurisprudenziali nelle quali veniva affermata la sostanziale libertà di svolgere l'attività di consulenza e assistenza fiscale», commenta Claudio Siciliotti. «A maggior ragione rispettiamo e apprezziamo una pronuncia che rimette in discussione un punto sul quale a nostro avviso in passato c'era stata una certa faciloneria. Lungi da noi fare le barricate, vogliamo soltanto quello che è giusto secondo la legge e come in passato continueremo a rispettare ciò che dice la giustizia. Oggi», aggiunge, «ci sembra dica qualcosa di oggettivamente interessante e in quanto tale dovrebbe essere attentamente valutata».

Si tratta di una sentenza «isolata», invece, secondo la Lapet. «Esistono, infatti, decine e decine di altre decisioni che, affermando esattamente il contrario, possono smentirla» sottolinea Roberto Falcone, presidente dell'associazione nazionale dei tributaristi . Che aggiunge: «La Suprema corte ha asserito che si può parlare di esercizio abusivo della professione solo quando ci si trova di fronte ad attività riservate per legge, e non tipiche. Nel nostro ordinamento infatti non esistono attività tipiche e non. L'unica distinzione è tra attività libere e attività riservate. Pertanto, solo chi svolge senza avere titolo attività riservate per legge può essere accusato di esercizio abusivo della professione».

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