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Non solo sacrifici con la riforma

del 10/03/2011
di: di Michele Proietti vicedirettore generale di Cassa forense
Non solo sacrifici con la riforma
Gli avvocati attivi iscritti a Cassa forense sono oltre 157 mila, a fronte di circa 25 mila pensionati. A tutti costoro, sia gli attivi che i pensionati, la riforma della previdenza forense ha chiesto un sacrificio per poter garantire a tutti, anche a chi oggi inizia la professione, di poter usufruire a fine carriera di una pensione dignitosa. La riforma ha aumentato i contributi per tutti e ha innalzato l'età pensionabile che, a regime, arriverà a 70 anni per uomini e donne. La riforma, da un lato, è stata imposta dalla legge che pretende per gli enti previdenziali la sostenibilità trentennale dei conti. Dall'altro, è stata imposta dall'attuale composizione della professione forense. Oggi ci sono 6 avvocati attivi per ogni pensionato, rapporto che assicura nell'immediato l'assoluta solidità dell'Ente. Nel 2040, però, tutte le stime affermano che il rapporto tra avvocati attivi e pensionati sarà di uno a uno. Evidentemente, con questi numeri il vecchio sistema previdenziale non avrebbe potuto in alcun modo garantire la sostenibilità dell'Ente, ovvero la possibilità di pagare le pensioni e le ulteriori prestazioni assistenziali. L'aumento dei contributi minimi, sebbene consistente, porta la contribuzione a circa 3.200 euro l'anno. In realtà, tale cifra è dovuta solo dopo 6 anni d'iscrizione alla Cassa. Infatti, per venire incontro ai giovani avvocati, è stato esteso dai 3 ai 5 anni il periodo nel quale il contributo soggettivo è dovuto solo al 50% e il contributo integrativo solo in percentuale al fatturato effettivo. Peraltro, l'aumento del contributo soggettivo minimo incide solo sugli avvocati che non superano il reddito di 18.461 euro, oltre il quale le somme da versare sono sempre le stesse (13% su reddito Irpef). Si tratta di somme largamente inferiori a quelle che sarebbero dovute qualora si optasse per versare i contributi all'Inps. Infatti, è ormai pacifico che ogni lavoratore autonomo deve avere una posizione previdenziale. Insomma, gli avvocati che non raggiungono i minimi per l'iscrizione obbligatoria alla Cassa (10 mila euro per l'Irpef e 15 mila per l'Iva con riferimento al 2010) se scelgono di non iscriversi devono comunque pagare i contributi alla gestione separata dell'Inps, nella misura del 26,7% del reddito professionale. L'Inps, come si vede, è molto più esosa. E per gli avvocati è anche molto meno conveniente, perché garantisce pensioni calcolate esclusivamente con il sistema contributivo (di importo pari a circa la metà di quelle assicurate dalla Cassa e senza alcun minimo garantito) e nessun servizio accessorio per gli iscritti (polizze sanitarie, convenzioni, e altro, che normalmente la Cassa mette a disposizione dei suoi contribuenti). Va anche sottolineato l'elemento solidaristico della riforma. Chi ha redditi alti (oltre 90 mila euro), versa contributi in proporzione al reddito effettivamente dichiarato, ma riceverà un trattamento pensionistico calcolato sul tetto dei 90 mila. Insomma, tutto quello che versa in più viene utilizzato per chi ha meno. Infine, sfatiamo una maldicenza. Quanto spende la Cassa per finanziare la propria struttura? Sedi, dipendenti, organi, e così via? Sul totale dei contributi incassati, solo il 2,7% viene impiegato per i «costi di struttura».

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