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Il conciliatore va formato

del 08/03/2011
di: di Manola Di Renzo
Il conciliatore va formato
Negli ultimi giorni si è parlato e si è letto molto della figura del conciliatore. Nello specifico si è discusso delle difficoltà riscontrate a far emergere questo ruolo, spesso mortificato dalle alte sfere dell'avvocatura.

Senza dubbio i problemi del sistema giustizia, specialmente per quanto riguarda i tempi, hanno portato da alcuni anni il nostro legislatore a individuare (e rafforzare) i sistemi alternativi di soluzione delle controversie come strumenti per deflazionare la giustizia e ottimizzare in tal modo la sua efficienza, offrendo così un servizio migliore e diversificato.

Con l'acronimo Adr si intendono quei metodi di risoluzione delle controversie alternativi rispetto al ricorso all'autorità giudiziaria ordinaria.

Attualmente la risoluzione di una controversia civile o commerciale costa molto, sia in termini di tempo che di denaro. Per questo motivo, qualunque sia l'esito della causa, nessuna delle parti può considerarsi fino in fondo un vincitore.

Nell'ottica di gestire al meglio le controversie, sia l'Unione europea che gli Stati Uniti d'America guardano alle tecniche Adr come alla metodologia più giusta ed efficiente di risoluzione delle controversie.

Il conciliatore è un professionista nuovo nel nostro ordinamento e gli è stato attribuito un incarico pesante, perché, in mancanza di alternative, lo si ritiene, mediante il nuovo istituto giuridico della mediazione civile, l'unico capace di poter snellire le giacenze delle nostra giustizia, sempre più al collasso.

Conveniamo con la riforma del ministro Alfano e alla luce delle reali difficoltà nelle quali verte il nostro sistema, lo invitiamo a perseguire nella sua linea, affinché la riforma si possa attuare sin da subito.

Ormai se ne parla da anni, e chi ha voluto crederci si è organizzato. Sono molti i professionisti che operano già e le associazioni interessate stanno da tempo attivando corsi e seminari in tutto il paese.

Gli italiani sono stanchi dei balzelli della giustizia, infatti la nuova riforma sta avendo riscontri inaspettati. Anche se molti continuano a essere informati male, la voce si sta alzando e sono già parecchie le aziende e le persone che cominciano a rivolgersi a questo nuovo meccanismo.

Purtroppo, con la nascita del conciliatore, è stato fin troppo facile ledere gli interessi personali di altre categorie professionali. I tribunali italiani sono oberati di cause, il tempo medio di definizione di una controversia è circa sei anni, e nel frattempo i costi lievitano e i cittadini diventano «vittime» del sistema giudiziario.

Così come per le banche è fondamentale tenere sotto scacco il debito collettivo, così sembra tanto importante far sobbollire le cause.

La soluzione c'era, e sarebbe stata anche facile. Doveva nascere il conciliatore, ma un professionista ad hoc. Né avvocato, né commercialista né altro: conciliatore e basta.

Un professionista con una formazione estremamente specifica e strutturata in grado di offrire garanzie robuste al sistema e un'adeguata risposta alle critiche degli altri professionisti che si sentono minacciati.

È vero che tanti esperti si sono presentati per contribuire allo sviluppo della mediazione, con le giuste competenze, per di più riconosciute nelle materie oggetto del contendere, ma le polemiche hanno fatto presto a svilupparsi.

Stiamo attraverso un periodo di generali cambiamenti e l'esigenza che continua a perpetuarsi riguarda la specializzazione, l'elevata professionalità e soprattutto la fine della «tuttologia».

Durante i corsi per acquisire lo status di conciliatore, viene insegnato a conciliare, cioè a mediare. Il compito è di guidare le parti nella negoziazione promovendo e favorendo il raggiungimento dell'accordo. Quindi è lecito chiedersi, ma tutti i professionisti, benché idonei nel sapere, sono anche idonei nel mediare? Sapere e saper fare non sempre vanno di pari passo.

È chiara la necessità di un preciso requisito oggettivo molto delicato che ultimamente si va sottovalutando.

Il conciliatore è una figura «terza» che aiuta le parti a comporre una lite. Il conciliatore è un professionista, scelto dall'Ente camerale in un elenco qualificato, che guida le parti in lite alla ricerca di una soluzione comune, facilitando la comunicazione tra i contendenti, facendo emergere i diversi punti di vista e favorendo il raggiungimento di un accordo di reciproca soddisfazione.

I conciliatori camerali, rappresentanti delle diverse categorie professionali (avvocati, commercialisti, giuristi d'impresa, consulenti del lavoro, ingegneri) sono esperti accreditati di tecniche di negoziazione e di gestione strategica dei conflitti, oltre che della specifica materia del contendere. Emerge quindi subito come la formazione, la specializzazione e la competenza rivestano un ruolo fondamentale per questa professione.

In caso di mancata definizione della lite tra le parti, si va dall'avvocato.

Prima di sedersi al tavolo della mediazione, il professionista è chiamato a indossare le vesti del conciliatore, e se la controversia non si dovesse risolvere positivamente, lo ritroviamo alla scrivania dello studio legale, e anziché pagare un modesto compenso, si finisce per pagare un onorario ben più corposo. Non è dunque difficile capire perché sia troppo difficile non essere di parte e troppo difficile mettercela tutta per risolvere bonariamente una lite.

Come funziona esattamente la conciliazione? Inizia con il deposito di una istanza (che può essere congiunta o presentata solo da una delle parti) presso un organismo di conciliazione. Se vengono presentate più domande a organismi diversi, prevarrà la prima istanza (per determinare il tempo di presentazione della domanda si ha riguardo alla data della ricezione della domanda). L'attività di mediazione si svolge davanti all'organismo presso il quale è stata presentata la prima domanda.

Nell'istanza occorrerà indicare l'organismo, le parti (o meglio i cc.dd. «interlocutori»), l'oggetto e le ragioni dell'istanza. Il conciliatore, che deve essere neutrale e imparziale (altrimenti verrebbe meno la sua natura), dovrà svolgere il suo compito all'interno di un procedimento che non può avere durata superiore a quattro mesi.

Dopo la presentazione della domanda, il primo incontro deve essere fissato non oltre 15 giorni dal deposito dell'istanza.

La conciliazione si svolge senza particolari formalità, ma nel rispetto del regolamento dell'organismo accreditato.

Senza dubbio il conciliatore deve fare sue delle caratteristiche di base senza le quali non sarebbe tale: l'indipendenza che lo svincola da legami professionali o personali con le parti; l'imparzialità per mezzo della quale non favorisce nessuna delle parti; la neutralità che lo tiene lontano da interessi nella vicenda; la competenza che lo spinge a formarsi ed aggiornarsi secondo elevati standard e la riservatezza, visto che è tenuto al segreto e non può essere chiamato come testimone dei fatti.

Il tentativo di conciliazione è obbligatorio per legge in ambito di telecomunicazioni, nel diritto del lavoro, societario e in quello di contratti di subfornitura. La conciliazione è quindi rivolta a materie civili, commerciali e di lavoro, mentre la mediazione (familiare, sociale, scolastica e penale) è applicata a conflitti che non hanno un contenuto prevalentemente economico. I vantaggi di una conciliazione fatta bene da professionisti formati e specializzati sono molteplici: la rapidità, visto che la procedura richiede pochi incontri, spesso solo uno; i costi ridotti perché sono certi e identificabili tramite tariffe variabili rispetto al valore della lite; l'intesa viene raggiunta secondo i propri bisogni e interessi; qualora il tentativo non dovesse riuscire, altre azioni non sono precluse.

Per il secondo rapporto sulla Conciliazione presentato il 2 marzo da Consumer's Forum, sono 21.506 le domande avanzata dai consumatori italiani. Il metodo di risoluzione alternativa continua a interessare aziende e consumatori: aumentano il numero degli accordi nazionali e locali.

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