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Curatori fallimentari al buio

del 24/02/2011
di: di Gabriele Frontoni
Curatori fallimentari al buio
Curatori fallimentari al buio. Il 70% lamenta grandi difficoltà nel reperire la documentazione societaria, amministrativa e contabile del soggetto fallito. A tal punto che ancora oggi si è costretti a ricorrere, in massima parte, alle banche dati pubbliche. A quattro anni dal varo della nuova disciplina fallimentare italiana, insomma, l'attività liquidatoria si presenta ancora complessa, piena di insidie e di aspetti burocratici. A rivelarlo, i risultati di un'indagine realizzata dalla società PBG, in collaborazione con l'Università di Cassino attraverso un formulario inviato a 3.053 curatori fallimentari di tutta la Penisola. Sin dalla fase di avvio della procedura, il curatore fallimentare si trova di fronte a difficoltà oggettive. La prima, in ordine di tempo, è quella di dover ricostruire la situazione contabile della società fallita, spesso senza l'ausilio di personale della società e della documentazione necessaria. È così che il 78% dei curatori fa riferimento costante ai dati del Pubblico registro automobilistico (Pra), il 74% al catasto e il 77% alla conservatoria. «Nella pratica quotidiana abbiamo notato come le aziende falliscano molto tempo dopo aver interrotto l'attività», hanno spiegato i responsabili dell'indagine. «È questo il motivo che provoca questa difficoltà iniziale. Una situazione anacronistica che svela immediatamente quella che era stata individuata come una delle principali carenze della riforma: l'assenza di “procedure d'allarme” nella fase in cui i segnali di insolvenza possono essere colti e si possono attuare interventi a tutela delle imprese, dei creditori e dei lavoratori». Il quadro dipinto da PBG e Università di Cassino mostra il curatore fallimentare come un «uomo solo», chiamato a dover affrontare le problematiche derivanti dalla situazione di liquidazione. Se quando erano in salute, le aziende venivano gestite da decine di persone, nella loro fase di liquidazione sono spesso affidate a un solo professionista che deve dividere il suo tempo fra l'attività legale e amministrativa del fallimento e l'attività pratica relativa a vendite, ripristino a norma dei macchinari, recupero dei crediti. «È inevitabile che alcuni di questi aspetti debbano essere trascurati a beneficio di altri», hanno ammesso i curatori. Esiste poi un altro problema legato al numero di procedure affidate a ogni singolo professionista. «Non è possibile per il curatore fallimentare tesaurizzare la propria esperienza, creare un'organizzazione in grado di intraprendere stabilmente l'attività per i tribunali, creare quella figura del gestore di crisi d'impresa tanto richiesta, soprattutto da parte dei creditori», hanno ammesso i ricercatori di PBG e Università di Cassino. «Questa figura professionale, molto diffusa nel resto d'Europa, è stata largamente trascurata anche dal legislatore». Secondo gli esperti, non aver previsto la gestione della crisi di impresa come fase preliminare, tendente a evitare il fallimento (o averlo previsto soltanto per le imprese di grandi dimensione), ha trasformato il curatore in una sorta di «esecutore testamentario» che divide lo scarno patrimonio residuo fra i propri eredi, in questo caso i creditori. Ma cosa ne pensano i curatori fallimentari delle modalità di liquidazione dell'attivo? Secondo i risultati dell'inchiesta, non si rilevano ancora modifiche significative rispetto alla precedente normativa. Ma il sistema valutativo del patrimonio residuo dell'impresa fallita viene ancora oggi affidato a professionisti che, anche per effetto di una bizantina tariffazione dei compensi, produce stime che producono, troppo spesso, un effetto di freno nello svolgimento della fase di liquidazione dell'attivo. Infine, scarsa enfasi è stata data ai richiami dell'art. 107 ad attivare, con adeguate forme di pubblicità, la massima informazione e partecipazione degli interessati. «L'articolo della legge non spiega affatto in cosa consistono queste procedure», si legge nel rapporto. «E pertanto, queste indicazioni appaiono sostanzialmente disattese».
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