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Firme false tra coniugi, non cade la pretesa fiscale

del 22/02/2011
di: Debora Alberici
Firme false tra coniugi, non cade la pretesa fiscale
La pretesa fiscale non cade di fronte agli «imbrogli fra coniugi». È infatti valida la cartella di pagamento notificata alla moglie anche se il marito, co - dichiarante, ha falsificato la firma di lei facendola figurare, a sua insaputa, come imprenditore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza numero 3944 del 21 febbraio 2011.

Insomma al più, ha spiegato la sezione tributaria, il coniuge ingannato può chiedere all'altro il risarcimento del danno ma il raggiro non è mai un'esimente per il fisco.

I Collegio di legittimità ha chiarito che «nel caso di dichiarazione congiunta dei redditi da parte dei coniugi “ex” art. 17 della legge 13 aprile 1977, n. 114, e per effetto della solidarietà voluta dal legislatore, la tempestiva notifica al marito dell'avviso di accertamento, come della cartella di pagamento, impedisce qualsiasi decadenza dell'Amministrazione finanziaria anche nei confronti della moglie codichiarante». Allo stesso modo, hanno poi aggiunto i giudici di Piazza Cavour, «la pendenza del processo tra l'Amministrazione finanziaria e il marito determina la sospensione di qualsiasi termine (di decadenza come di prescrizione) riguardo alla stessa moglie co-dichiarante».

Da questo principio è derivato che il fatto che la moglie non sapesse che il marito utilizzasse il suo nome al fine di continuare, in modo occulto, l'esercizio della sua funzione imprenditoriale «non costituisce una esimente» dall'obbligo del recupero delle somme non corrisposte al fisco. Al più, suggerisce ancora Piazza Cavour, «ciò può costituire un diritto di rivalsa del coniuge nei confronti del marito, ma certamente non comporta una esimente fiscale da parte della stessa». Anche la Procura generale della Suprema corte aveva sollecitato il Collegio nel senso di respingere il ricorso.

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