Consulenza o Preventivo Gratuito

Spesometro in rampa di lancio

del 17/02/2011
di: di Maurizio Tozzi
Spesometro in rampa di lancio
Spesometro in rampa di lancio. Raccolta di informazioni avanzata, coinvolgimento dei comuni e comunicazioni rilevanti, così il fisco «pesa» la capacità reddituale «diretta» del contribuente. Il redditometro, invece, resta ancorato al paniere di beni e servizi e ai futuri coefficienti che saranno individuati con il provvedimento attuativo. Non cumulabili i due accertamenti e ampia possibilità difensiva per il contribuente.

La circolare n. 4 del 2011 delle Entrate (si veda ItaliaOggi di ieri) rimarca il ruolo fondamentale dell'accertamento sintetico puro, anche denominato spesometro, ossia quello fondato sull'ammontare di spese sostenute dal contribuente di cui il fisco avrà cognizione. In pratica, il totale degli importi spesi in un anno (dalle utenze ai mutui, transitando per gli acquisti rilevanti, quali ad esempio auto e immobili, che sono assorbiti in tale tipologia di accertamento), se superiore del 20% al reddito dichiarato, consentirà di emanare l'accertamento. Peraltro tale possibilità era presente anche per il passato (ossia gli anni fino al 2008), pur se la formulazione normativa era meno «evidente», dovendosi fare riferimento ad «elementi e notizie certi».

Nel corso del forum ItaliaOggi l'agenzia delle entrate (chiarimento che presumibilmente sarà ripreso in un futuro documento di prassi) ha precisato che lo «spesometro» e il redditometro saranno completamente alternativi in quanto entrambi già determinano il reddito complessivo. Peraltro, essendo il redditometro un «ricalcolo» parametrico, ancorché avente una «forte» portata probatoria di presunzione legale relativa, che ammette e consente prova contraria, deve sempre ricordarsi che lo stesso non misura le reali spese connesse al «paniere» di beni e servizi considerati, ma ricalcola, tramite le stesse, il reddito necessario non solo per gestire detti beni e servizi, ma anche le ulteriori spese della vita quotidiana, incluse, dunque, quelle già conosciute dal fisco: in termini pratici, il redditometro giocoforza «include» lo «spesometro». Quest'ultima tipologia di controllo, però, si presenta oltremodo fastidiosa: infatti, se dovesse essere attuata in pieno, indipendentemente dal redditometro, è evidente che la fase difensiva sarà davvero difficile per il contribuente, dovendo evidenziare come ha fronteggiato le diverse spese (ed in tal senso l'amministrazione finanziaria, forte anche della giurisprudenza della Cassazione, ha sottolineato che per gli incrementi patrimoniali avverranno valutazioni caso per caso). Se invece dovesse «scattare» il redditometro, lo «spesometro» andrà comunque ad incidere negativamente, sul fronte difensivo, i redditi finanziari disponibili del contribuente, che solo parzialmente potranno essere utilizzati per giustificare il redditometro riferito allo stile di vita «ordinario».

In tutto questo, un ruolo primario lo avranno le informazioni raccolte sul territorio. I comuni reciteranno un ruolo di primo piano, mentre resta da definire il reale impatto delle comunicazioni rilevanti ai fini Iva. Sul punto si è davvero in alto mare ed entro il prossimo 1° maggio delle decisioni devono essere prese, in quanto la norma rischia di essere una «bufala» con un impatto, fastidioso, nei soli confronti dei contribuenti onesti e che non hanno nulla da nascondere, mentre i disonesti potranno farla franca. Diverse infatti le perplessità emergenti dall'adempimento. In primo luogo, c'è una chiara comunione d'interessi e non un conflitto, in quanto chi non vuole apparire preferirà usare del «contante a nero» e se trova il venditore compiacente ha risolto alla base il problema. Dopo di che è davvero farraginosa la raccolta di informazioni e la validità delle stesse. La norma non prevede un obbligo di esibizione di un documento e di fotocopia dello stesso. Ad esempio, non si opera come nel caso degli scontrini parlanti, laddove l'esibizione della tessera sanitaria permette di raccogliere il codice fiscale mediante la lettura ottica e senza errori. Nelle comunicazioni rilevanti nulla di ciò è previsto: il codice fiscale deve essere comunicato dal contribuente. Ed allora ci si chiede come si possa affermare con certezza che il codice sia esatto (basta errare uno dei caratteri alfa-numerici ed il codice salta), o che appartenga realmente all'acquirente. Senza dimenticare l'eventuale rifiuto da parte del compratore a dare i propri dati: in questo caso, di certo non può pensarsi che il venditore non proceda alla vendita!! Ed infine, per tutti coloro che operano con gli stranieri, è da chiedersi se il dato serve o meno. Nelle comunicazioni black list è stato precisato che l'informazione verso consumatori finali di detti paesi non deve essere data. Ad analoghe conclusioni potrebbe giungersi per la comunicazione rilevante, ma a questo punto si avrebbe vita facile ad asserire che ogni operazione sopra i 3.600 euro non «tracciata» in maniera chiara mediante le modalità di pagamento (bancomat e carte di credito non consentono immediatamente di risalire al soggetto utilizzatore), è stata effettuata da un cittadino straniero.

Il tutto, peraltro, dovendo sapere cosa accade nelle ipotesi di pagamenti rateizzati e posticipati (se l'informazione serve allo spesometro, allora non è rilevante se la spesa non c'è), nei pagamenti effettuati da terzi soggetti rispetto ai reali destinatari del bene o del servizio e negli acquisti di diversi beni rientranti nella medesima certificazione fiscale (si pensi ad un negozio di abbigliamento ed all'acquisto di diversi capi di importo singolo inferiore al limite che hanno un valore complessivo superiore allo stesso), dovendosi comprendere per «operazione» cosa si intende, se la singola compravendita (come è stato anticipato dall'agenzia delle entrate) o la documentazione emessa.

vota