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Fatture false, complici ampi

del 11/02/2011
di: di Debora Alberici
Fatture false, complici ampi
Rischia una condanna in sede penale il dipendente che, come mero esecutore di un ordine dell'imprenditore, fa fatture false e pagamenti in nero. È quanto si evince da una sentenza della Corte di cassazione (la numero 4638 del 9/2/2011) con la quale i giudici hanno escluso l'assoluzione nel merito nei confronti di un'impiegata che aveva emesso, su ordine del capo, delle fatture false e pagamenti in nero. La donna, in Cassazione, è stata salvata dalla prescrizione. Ma ciò non toglie che la seconda sezione penale ha escluso l'assoluzione nel merito, confermando quindi le responsabilità della lavoratrice. Non è stata dunque accolta la tesi della difesa secondo cui i reati contestati mancavano dell'elemento soggettivo in quanto la signora era stata una mera esecutrice dell'ordine del capo. Secondo il legale «non sarebbe configurabile a carico dell'impiegata il dolo specifico in ordine al reato di falsa fatturazione, essendosi questa limitata a eseguire indicazioni del proprio datore di lavoro». Sposando la decisione della Corte d'appello di Brescia, gli Ermellini hanno messo nero su bianco che «la valutazione operata dai giudici di merito in primo e secondo grado appare esente da censure logico-giuridiche e non vi è possibilità di applicazione nel merito dell'art. 129 c.p.p. in relazione al ruolo svolto dalla donna, e correttamente descritto dai giudici di primo e secondo grado». Sul fronte della prescrizione del reato, riconosciuta invece in favore dell'imputata, la seconda sezione penale ha ritenuto già non manifestamente infondata, in relazione all'art. 117 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude l'applicazione dei nuovi termini di prescrizione, se più brevi, ai processi già pendenti in grado di appello o avanti la Corte di cassazione. La questione è stata sollevata anche di fronte al Palazzaccio. Orbene questo comporta, per i giudici di legittimità, che il ricorso non sia manifestamente infondato e quindi inammissibile, e che conseguentemente possa, trovare applicazione l'istituto della prescrizione. Pertanto, anche individuando il termine iniziale della prescrizione, per tutte le violazioni, dalla data di cessazione della continuazione tra i reati, ottobre 2002, gli stessi risultavano ormai prescritti al momento del giudizio di legittimità, «essendo ampiamente decorso il termine di sette anni e mesi sei dalla loro consumazione (ottobre 2002)».
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