Consulenza o Preventivo Gratuito

Mediazione, un errore boicottarla

del 10/02/2011
di: di Fazio Segantini – presidente Commissione Conciliazione UNGDCEC e Fabio Battaglia – cu
Mediazione, un errore boicottarla
I tentativi del mondo dell'avvocatura di rinviare o addirittura boicottare la riforma che introduce la mediazione civile obbligatoria costituiscono un errore storico che evidenzia un enorme ritardo culturale, una incapacità di valorizzare il ruolo delle professioni e di comprensione delle dinamiche che caratterizzano i moderni mercati professionali.

L'Oua (Organismo unitario dell'avvocatura italiana) ha addirittura promosso, innanzi al Tar del Lazio, un procedimento amministrativo per l'annullamento del dm n. 180 del 2010 del ministro della giustizia, che regolamenta, ai sensi dell'art. 16 del dlgs. n. 28/2010, i criteri e le modalità di iscrizione degli organismi di mediazione e degli enti formatori.

L'Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili (Ungdcec) e l'Associazione italiana dottori commercialisti (Aidc) hanno deciso di rispondere a questa «mossa» notificando un atto di intervento ad opponendum in tale procedimento.

Le professioni operanti nell'ambito del Diritto hanno quale bene centrale da tutelare la «Giustizia». Il riconoscimento del loro status di professioni ordinistiche e, quindi, il rilievo costituzionale di questi corpi professionali, trae origine dal riconoscimento da parte dello Stato, inteso come collettività, dell'effettivo svolgimento di funzioni svolte nel pubblico interesse.

In questo consiste il fondamento del rilievo pubblicistico di ogni professione.

Come non riconoscere che l'attuale stato della Giustizia italiana sia in primo luogo un motivo di sconfitta proprio per tutti gli operatori del diritto ed in primo luogo della professione del diritto per eccellenza e cioè l'avvocatura?

Il disappunto dei dottori commercialisti per questa situazione non nasce per motivi di competizione, ma proprio dal riconoscimento del ruolo centrale degli avvocati nell'amministrazione della Giustizia.

La mediazione appartiene alla più grande famiglia degli strumenti alternativi per risoluzioni dei conflitti, alternativi, quindi, rispetto al ricorso alla giustizia ordinaria. Il comun denominatore di tutti i metodi Adr sta nel voler fornire una gestione negoziata e «privata» del conflitto, in modo che le parti risolvano i loro problemi con mezzi diversi da quelli offerti dall'ordine imposto del processo – giudizio pubblico.

Oggi, in Italia, questi metodi ci vengono spacciati come la panacea ai mali della giustizia. Vengono visti quasi esclusivamente in funzione deflattiva della giustizia ordinaria, ma questo, a nostro modo di vedere, è miope , conduce a gravi errori e rischia di essere di ostacolo all'affermarsi di questi strumenti (la durata media di un processo in Italia è sei anni: se so di avere torto per quale ragione dovrei adire una procedura rapida e non contenziosa quando posso tergiversare almeno sei anni?)

Gli Adr, quando ben adoperati, riescono a fare cose ed ottenere risultati che il diritto e la sua applicazione processuale non riescono ad ottenere e, paradossalmente, funzionano meglio laddove la giustizia ordinaria funziona meglio. Solo in un sistema giurisdizionale efficiente questi strumenti rappresentano una reale alternativa alla giustizia ordinaria, e non solo, ma più che di alternatività si potrà parlare di «adeguatezza», in modo che ogni conflitto, ogni lite, ogni problema sia trattato e risolto nella maniera e nel contesto più consono.

Far sì che questi strumenti facciano breccia nella nostra «tradizione» giurisdizionale sarà un compito arduo, che necessiterà di un grande cambiamento di mentalità a tutti i livelli.

Dobbiamo prima di tutto riappropriarci della nostra autonomia negoziale. Decenni di ordine imposto, in cui non esistevano alternative al processo-giudizio, hanno fatto sì che utenti ed esperti del diritto si siano dimenticati che la loro autonomia negoziale continua anche durante una controversia e che per risolverla non abbiamo necessariamente bisogno di una decisione eteronoma di un terzo imparziale quale il giudice.

Dobbiamo cambiare mentalità relativamente al conflitto, che deve essere visto non come un evento patologico, ma come una opportunità per migliorare i rapporti interpersonali.

Come sostiene il prof. Luiso, la giurisdizione è centrale, perché è l'unico strumento che funziona sempre. Proprio per questo è costituzionalmente garantito. La giurisdizione non è però prioritaria né in senso logico (non è detto che attraverso essa si possa ottenere più di quanto danno gli strumenti alternativi) né in senso cronologico (gli altri strumenti non costituiscono solo dei ripieghi e quindi, nel momento in cui si rende necessario risolvere la controversia, non si deve immediatamente far ricorso alla tutela giurisdizionale, senza prima verificare la percorribilità delle altre vie; oppure, peggio ancora, che si debba far ricorso alle altre vie solo come ripiego).

La scelta dell'avvocatura però non è solo miopia culturale, seppure abbiamo riconosciuto come sia illusorio pensare di affidare alla mediazione la risoluzione dei cronici problemi della Giustizia. È pur vero che l'attuale situazione della Giustizia, così come degli attuali mercati professionali quali quelli degli avvocati e dei dottori commercialisti, necessitano di un grande sforzo di fantasia e di rinnovamento. Se i giovani vogliono trovare nuovi spazi di mercato per primi devono credere in modalità nuove di declinare le professioni. Il metodo tradizionale di fare le professioni non è errato, ma in esso i giovani non possono trovare spazio. L'idea di rinnovamento delle professioni non deve intimorire i corpi professionali, ma al contrario invitarli a sperimentare vie, culture e modalità nuove. Il fondamento dei corpi professionali rimarrà sempre il riconoscimento della loro utilità pubblica che risiede nella capacità di far dialogare l'interesse privato con l'interesse pubblico, nel ruolo della deontologia come il corpo di norme etiche che coordinano i professionisti di qualità nel miglior interesse dei clienti da contemperare con l'interesse pubblico che ogni prestazione professionale sempre sottende. Ciò non significa che le professioni, fermi restando questi fondamenti sui quali risiede il loro rilievo costituzionale, non possano aprirsi a nuovi modi di esercizio, sfuggendo le tentazioni di rinserrarsi dietro le esclusive. Le esclusive sono giuste quando non costituiscono una risposta eccessiva alle domande di tutela di interessi pubblici. Le professioni devono dimostrare di non temere il mercato, così come sarebbe sbagliato non riconoscere le peculiarità dei mercati professionali.

Se la cultura della mediazione si diffonderà, saranno gli avvocati i primi a beneficiarne, così come ne beneficeranno tutte le professioni giuridiche se con un comune sforzo riusciranno a dare un fattivo contributo di efficienza ed efficacia al «Sistema Giustizia».

Valorizzare la giurisdizione perché munita di esclusiva e temere tutto ciò che è invece contendibile sul mercato, così come temere una sana competizione, che forse meglio potrebbe essere definita collaborazione considerate le competenze in larga parte complementari, nell'ambito delle professioni degli operatori del diritto, significa svilire lo stesso fondamentale ruolo dell'avvocatura; significa, forse minare l'intero sistema ordinistico.

I dottori commercialisti, in particolare i giovani, che per la maggior parte delle loro funzioni non godono di esclusive, hanno accettato il concetto di concorrenza puntando sulla qualità e sulla formazione: chiediamo agli avvocati, e in specie ai giovani, di accettare la nuova sfida culturale e di mercato che la mediazione propone.

vota