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Stop al condono con il rinvio a giudizio per reati tributari dell'amministratore

del 05/02/2011
di: Debora Alberici
Stop al condono con il rinvio a giudizio per reati tributari dell'amministratore
Il fisco può rifiutare l'istanza di condono nel caso in cui un amministratore sia stato rinviato a giudizio per reati tributari.

È quanto si evince dalla sentenza numero 2714 depositata il 4 febbraio 2011 dalla Suprema corte di cassazione.

La sezione tributaria ha di fatto dichiarato inammissibile il ricorso di una società non ammessa dall'amministrazione finanziaria al condono in quanto il suo ex amministratore era stato rinviato a giudizio per reati fiscali.

Purtroppo le motivazioni aggiungo pochissimo alle valutazioni fatte dalla Ctr. Di certo c'è che gli Ermellini le hanno condiviso. In appello era stato infatti affermato che esiste una vera e propria «immedesimazione» fra amministratore e società, almeno interpretando la norma contenuta nell'articolo 15 della legge 289 del 2002.

Secondo questa disposizione, infatti, è inammissibile la definizione agevolata per i soggetti nei confronti dei quali sia stata esercitata l'azione penale per i reati previsti dal dlgs 74 del 2000, «di cui il contribuente ha avuto formale conoscenza entro la data di perfezionamento della definizione».

Sono state molte negli ultimi tempi le decisioni di Piazza Cavour che hanno tracciato i confini fra giudizio penale per evasione fiscale e processo tributario, in sede civile.

Con la sentenza n. 3564 depositata l'anno scorso a maggio la Suprema corte di cassazione ha sancito che l'assoluzione del contribuente dalle accuse non rende nullo l'accertamento fiscale. In quelle interessanti motivazioni, rafforzate se vogliamo dalla sentenza depositata ieri a Piazza Cavour, si legge infatti che «il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l'esistenza di un provvedimento penale favorevole al contribuente, assumendone automaticamente gli effetti nel giudizio di sua competenza, ma, nell'esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti, deve, in ogni caso, verificare e spiegare congruamente in motivazione le ragioni per cui ritiene che gli elementi concreti accertati dal giudice penale abbiano rilevanza per la soluzione del caso sottoposto al suo esame». Infatti le recenti riforme legislative, caratterizzate specialmente dalla disposizione per cui l'efficacia della sentenza penale in altri giudizi subordinata alla circostanza che la legge civile non ponga limitazioni alla prova della posizione soggettiva controversa, nessuna automatica autorità di cosa giudicata possa più attribuirsi nel giudizio tributario (neppure) alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa su reati fiscali. Ciò anche se i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l'amministrazione finanziaria ha promosso l'accertamento nei confronti del contribuente, dal momento che nel processo fiscale vigono i limiti in materia di prova posti dall'articolo 7, co. 4, del dlgs n. 546/1992, e trovano ingresso, con rilievo probatorio in materia di determinazione dell'Iva, anche presunzioni semplici (art. 54, dpr n. 633/1972), «di per sé inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna». Insomma l'imputato assolto in sede penale, anche con piena formula (per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste), potrebbe tuttavia essere responsabile fiscalmente, qualora l'atto impositivo risulti fondato su validi indizi, insufficienti per un giudizio di responsabilità penale, ma adeguati, fino a prova contraria da parte dello stesso contribuente, a giustificare in tutto o in parte il debito con l'erario.

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