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Immigrati, figli salvacondotto

del 04/02/2011
di: di Debora Alberici
Immigrati, figli salvacondotto
Sull'immigrazione la Cassazione cambia rotta, autorizzando gli immigrati con figli piccoli a restare in Italia anche in assenza di gravi motivi di salute o ragioni di particolare urgenza.

È quanto sancito dalla prima sezione civile della Suprema corte che, con la sentenza n. 2647 del 3 febbraio 2011, ha accolto il ricorso di un padre, un marocchino, che chiedeva gli venisse prolungata l'autorizzazione a restare in Italia perché qui aveva un figlio piccolo.

Dunque, nessun motivo di particolare urgenza ma semplicemente la cura del rapporto affettivo con il figlio è sufficiente, secondo Piazza Cavour, per ottenere una permanenza più lunga.

Il Collegio ha preso atto di una decisione delle Sezioni unite dell'anno scorso, la numero 21799, secondo cui «la temporanea autorizzazione alla permanenza in Italia del familiare del minore in presenza di gravi motivi connessi al suo sviluppo psicofisico, non postula necessariamente l'esistenza di situazioni di emergenza o di circostanze contingenti ed eccezionali strettamente collegate alla sua salute, potendo comprendere qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile e obiettivamente grave che in considerazione dell'età o delle condizioni di salute ricollegabili al complessivo equilibrio psicofisico deriva o deriverà certamente al minore dall'allontanamento o dal suo definitivo sradicamento dall'ambiente in cui è cresciuto. Trattasi di situazioni di per se non di lunga o indeterminabile durata, e non aventi tendenziale stabilità che pur non prestandosi ad essere preventivamente catalogate e standardizzate, si concretano in eventi traumatici e non prevedibili della vita del fanciullo che necessariamente trascendono il normale e comprensibile disagio del rimpatrio suo e del suo familiare».

Il caso a Milano. Un cittadino marocchino che viveva e lavorava in Italia, dove si era creato una famiglia e aveva avuto un bambino, aveva chiesto una proroga dell'autorizzazione a restare nel Belpaese. Le autorità avevano respinto l'istanza e lui aveva impugnato la decisione di fronte al Tribunale meneghino che aveva accolto la domanda. Poi le cose erano andate diversamente in secondo grado. La Corte d'appello aveva ribaltato il verdetto. Quindi il ricorso in Cassazione. La prima sezione civili ha accolto il gravame dell'immigrato dando la precedenza ai diritti di un padre che chiedeva di stare con il figlio.

Una sentenza, quella depositata ieri dalla Suprema corte che per molti sarà segno di civiltà e per altri sarà invece un problema di contenimento dell'immigrazione clandestina, un punto, questo, che ha ispirato la prevalente linea interpretativa, e anche le Corte di merito, improntata la rifiuto del ricongiungimento familiare in assenza di ragione di particolare urgenza.

Ma se è vero che quest'ultimo istituto è definitivo rispetto all'autorizzazione temporanea è altrettanto vero che i giudici, pur muovendosi su due piani diversi, hanno dato un forte segnale verso la prevalenza dei diritto umani e civili rispetto a quelli di sicurezza del paese.

Insomma le motivazioni hanno senz'altro una certa importanza se si pensa che meno di un anno fa, e precisamente a marzo (sentenza n. 5856), la Corte di cassazione aveva sancito la legittimità dell'espulsione del clandestino anche nel caso in cui i figli, ancora piccoli, vanno a scuola.

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