Consulenza o Preventivo Gratuito

Federalismo con la perequazione

del 02/02/2011
di: di Francesco Cerisano
Federalismo con la perequazione
E' il Fondo perequativo l'ultima carta giocata da Roberto Calderoli per strappare in extremis il sì delle opposizioni sul federalismo. Il Fondo, che partirà nel 2014 quando cesserà il Fondo sperimentale di riequilibrio in vigore fino al 2013, garantirà a tutti i comuni e a tutte le province le risorse per assolvere alle funzioni fondamentali, nella misura stabilita dai fabbisogni standard. La novità sarà inserita nel dlgs sul fisco municipale attraverso un emendamento del governo che punta a colmare l'unica falla rimasta ancora aperta nel testo (anche l'Anci nell'esprimere il proprio parere favorevole al decreto aveva puntato il dito sulla necessità di avere maggiori certezze in materia di perequazione). E tende una mano alle opposizioni che da tempo chiedevano al governo di esplicitare subito le modalità e le forme di finanziamento del fondo perequativo. Che, si legge nella proposta di modifica, sarà istituito nel bilancio dello stato «con indicazione separata degli stanziamenti per i comuni e per le province, a titolo di concorso per il finanziamento delle funzioni da loro svolte».

Come funzionerà. Il Fondo verrà alimentato da quote del gettito dei tributi devoluti ai comuni e sarà diviso in due comparti, il primo riguardante le funzioni fondamentali e il secondo quelle non fondamentali. Le risorse saranno distribuite tra i singoli enti secondo un doppio criterio: un indicatore di fabbisogno finanziario (dato dalla differenza tra il valore standardizzato della spesa corrente netta e il valore standardizzato del gettito dei tributi) e un indicatore di fabbisogno infrastrutturale che privilegerà le aree più svantaggiate.

La spesa corrente standardizzata sarà calcolata in quota uniforme per abitante, ma verrà poi corretta da indicatori demografici, sociali e produttivi, «utilizzando i dati di spesa storica dei singoli enti». Le entrate verranno invece considerate «ad aliquota standard», senza, dunque, tenere in considerazione le variazioni di aliquote stabilite da ogni singolo comune. Si terrà conto invece delle specificità dei piccoli comuni. Le regioni ripartiranno le risorse, entro 20 giorni dal loro ricevimento, a comuni e province. In caso di non ottemperanza, sarà lo stato a esercitare il potere sostitutivo.

La carta del fondo perequativo è stata giocata dal ministro per la semplificazione, in versione deus ex machina, a conclusione di una giornata convulsa che ha visto naufragare l'ennesimo tentativo della maggioranza di strappare il sì di Pd e Terzo Polo. A scendere in campo era stato lo stesso presidente della Bicamerale (e relatore del decreto) Enrico La Loggia che, tra gli emendamenti al parere di maggioranza su cui ci sarà il voto domani, ne aveva fatto inserire uno che impegna il governo a coordinare il nuovo fisco municipale con quello regionale in modo da prevedere misure a favore delle famiglie numerose e idonee garanzie sull'invarianza della pressione fiscale a carico dei contribuenti. Due corde particolarmente a cuore a Pd e Terzo Polo e che La Loggia ha voluto toccare nell'estremo tentativo di strappare il sì delle opposizioni. Il «Lodo La Loggia» va a completare il pacchetto di osservazioni depositato il 31 gennaio in cui si chiede al governo di assumersi tutta una serie di impegni concreti nella fase attuativa del decreto sul fisco municipale. A cominciare dalla possibilità di introdurre dal 2014 una cedolare secca sugli affitti con aliquote progressive. Senza dimenticare la necessità di un maggiore coinvolgimento degli albergatori nella definizione dell'imposta di soggiorno prevedendo, come richiesto dal ministro del turismo Michela Brambilla, che i proventi del nuovo balzello vadano «anche» a sostegno dei titolari di strutture ricettive.

Le opposizioni hanno però rifiutato l'offerta di La Loggia, confermando il loro voto contrario. «Si tratta di piccoli aggiustamenti che non mutano la sostanza del decreto», ha commentato per il Terzo polo il centrista Gian Luca Galletti. Mentre Francesco Boccia del Pd punta il dito soprattutto sulla cedolare secca e sulla decisione del governo di cancellare a sorpresa il fondo di 400 milioni a favore degli inquilini. «Viene meno in questo modo quel conflitto di interessi virtuoso tra proprietari e affittuari che avrebbe potuto agevolare l'emersione degli affitti in nero», dice a ItaliaOggi. «A questo punto tutte le stime fatte dalla Ragioneria sul gettito stimato non stanno più in piedi».

Ragioni tecniche a parte, l'impressione è che il voto sul federalismo si stia trasformando in una sorta di prova di sopravvivenza del governo Berlusconi. Antonio Di Pietro, leader dell'Idv, non si nasconde. «Per noi la priorità è quella di mandare a casa il premier, solo dopo si potrà riaprire la partita sul federalismo», ha detto ieri l'ex pm.

Sulla stessa lunghezza d'onda il Pd che sull'altare del sacrificio di Berlusconi offre la piena disponibilità a portare a compimento il processo federalista. «Siamo fermamente convinti della necessità di tenere in piedi la delega sul federalismo», ha dichiarato Boccia che rivolgendosi al Carroccio dice: «sanno che possono contare sulla credibilità e serietà del Partito democratico a completare la riforma».

vota