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Il Collegato alla Consulta

del 29/01/2011
di: di Debora Alberici
Il Collegato alla Consulta
Piazza Cavour boccia le norme approvate con il collegato lavoro definendole lesive dei diritti costituzionali dei cittadini e rimette alla Corte costituzionale la questione sull'indennità prestabilita (fra 2,5 e 12 mensilità) da erogare, in virtù delle nuove disposizioni, al posto del risarcimento del danno. Ma non solo. Fino all'intervento dei giudici della Consulta tale indennità dovrà essere applicata in tutte le fasi del giudizio, inclusa quello in Cassazione. È quanto emerge dall'ordinanza n. 2112 del 28 gennaio 2011 della Suprema corte.

In 12 pagine di motivazioni la sezione lavoro ha dato una bordata alle norme appena approvate definendole espressamente come «lesive del diritto al lavoro». «Non è, per contro, manifestamente infondato», si legge nel lungo passaggio chiave della sentenza, «il dubbio di contrasto fra i commi 5 e 6 dell'art. 32 1. n. 183/2010 e i principi di ragionevolezza nonché di effettività del rimedio giurisdizionale, espressi negli arti. 3, secondo comma, 24 e 111 Cost.». La nuova legge sembra insomma «anche ledere il diritto al lavoro, riconosciuto a tutti i cittadini dall'art. 4 Cost.».

Infatti, aggiungono gli Ermellini, il danno sopportato dal prestatore di lavoro a causa dell'illegittima apposizione del termine al contratto è pari almeno alle retribuzioni perdute dal momento dell'inutile offerta delle proprie prestazioni e fino al momento dell'effettiva riammissione in servizio. Fino a questo momento, spesso futuro e incerto durante lo svolgimento del processo e non certo neppure quando viene emessa la sentenza di condanna, il danno aumenta col decorso del tempo e appare di dimensioni anch'esse non esattamente prevedibili.

Insomma secondo il Collegio della sezione lavoro le norme del collegato metterebbero ingiustamente in forse la misura del ristoro dovuto ai precari, dando modo al datore di lavoro di persistere nell'inadempimento. In un passaggio successivo la Cassazione dice infatti che la liquidazione di un'indennità eventualmente sproporzionata per difetto rispetto all'ammontare del danno «può indurre il datore a persistere nell'inadempimento, eventualmente tentando di prolungare il processo oppure sottraendosi all'esecuzione della sentenza di condanna». Tutto ciò vanifica il diritto del cittadino al lavoro e nuoce all'effettività della tutela giurisdizionale, «con danno che aumenta con la durata del processo», in contrasto con il principio affermato da quasi secolare dottrina che esige, per quanto materialmente possibile, «corrispondenza tra la perdita conseguita alla lesione del diritto soggettivo ed il rimedio ottenibile in sede giudiziale».

E per finire i giudici hanno pure messo in rilievo come la violazione del diritto al lavoro emerga chiaramente anche dal contrasto con la giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Infatti anche secondo i magistrati d'Oltralpe, «la sproporzione fra la tenue indennità e il danno, che aumenta con la permanenza del comportamento illecito del datore di lavoro, sembra contravvenire all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato siglato nel 1999».

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