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Le tariffe forensi e i minimi tariffari

del 12/10/2011

Le tariffe forensi e i minimi tariffari

Nell’ordinamento italiano alcune professioni intellettuali sono definite “protette”, poiché possono essere esercitate solo da coloro che risultino iscritti ad un albo e al relativo ordine professionale.
Le ragioni di una simile limitazione vanno ricercate nella funzione “sociale” che il professionista svolge in favore della collettività in campi particolari: si pensi ai medici, agli ingegneri, ai notai e agli avvocati, alla cui figura è implicitamente riconosciuta valenza costituzionale, se solo si pensi che essi sono lo strumento attraverso cui viene garantito il “giusto processo” previsto dall’articolo 111 Costituzione.
Dalla necessità che la predetta utilità sociale sia adeguatamente ed efficientemente garantita nasce l’esigenza di regolamentare le professioni protette, sia sotto il profilo della verifica dei requisiti, anche morali, del professionista, sia sotto il profilo del controllo dell’equilibrio economico del rapporto di lavoro intellettuale.
Il compenso del professionista, infatti, può essere convenuto dalle parti, ma laddove le parti non provvedano a disciplinare tale aspetto, la determinazione è operata dalle tariffe, o, infine, dal giudice (articolo 2233 codice civile).
Le tariffe forensi, in particolare, possono essere definite come “il complesso di norme con cui si fissano autoritativamente e in via preventiva la misura degli onorari, delle indennità e delle spese spettanti al professionista per le prestazioni da lui effettuate in favore del cliente” (C. Ruperto, voce Tariffa professionale, in Noviss. Dig. It., vol. XVIII, Torino, 1971) e sono un utilissimo strumento di “chiarezza” tra avvocato e cliente qualora non sia stata previamente concordata la misura del compenso: poiché, infatti, nella generalità dei casi è impossibile predeterminare con assoluta certezza la “quantità” di prestazioni da rendere (si pensi, quanto alle attività giudiziali, alla possibile resistenza del o dei convenuti, al numero di udienza a cui presenziare o dei testimoni da escutere; ovvero quanto alle attività stragiudiziali, alle conferenze in studio o fuori studio necessarie per la stesura di un contratto o di una transazione, eccetera) l’esemplificazione, con l’indicazione del relativo costo, di ogni singola specifica prestazione consente di valutare sia l’impegno profuso, sia anche la congruità del compenso richiesto a posteriori dal legale.
L’attuale tariffa forense è regolata dal decreto ministeriale 8 aprile 2004, n. 127 recante la disciplina degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali in materia civile, amministrativa, tributaria, penale e per le prestazioni stragiudiziali.
Per le prestazioni giudiziali in materia civile, amministrativa e tributaria è a tutt’oggi presente la suddivisione delle voci tra “diritti” e “onorari”, originariamente riconducibile alla distinzione tra la figura di procuratore legale e quella di avvocato, venuta meno con la legge n. 27/1997 che ha stabilito la soppressione dell’albo dei procuratori legali e la sostituzione in tutte le disposizioni legislative del termine “procuratore legale“ con “avvocato”: si è quindi posto il problema della permanenza dell’attività procuratoria (per la quale sono previsti i diritti, legati, in estrema sintesi, alla “attività materiale”, a differenza degli onorari, intesi come remunerazione per la “attività intellettuale”), che, tuttavia, per la Suprema Corte (Cassazione Civile, 11 febbraio 2004, n. 2626) non è comunque venuta meno.
Mentre i diritti sono previsti in misura “fissa”, per gli onorari sono stabiliti massimi e minimi, al di sotto dei quali era originariamente vietato scendere (e avendo la tariffa professionale forense valore normativo vincolante ed inderogabile nei confronti del professionista legale e del suo cliente, tale inderogabilità estendeva la sua efficacia, per la giurisprudenza, anche all’ipotesi di pattuizione del compenso concordata ex ante fra le parti). La ratio di tale scelta è riconducibile alla volontà di salvaguardare l’onorabilità della professione e, secondo alcuni, anche dell’interesse del cliente ad usufruire di una “degna” prestazione professionale.
Tuttavia, il decreto legge 4 luglio 2006, convertito con modificazioni nella legge 4 agosto 2006, n. 248 (noto ai più come “decreto Bersani”), ha disposto l’abrogazione delle disposizioni legislative e regolamentari che prevedono la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime per le attività professionali o intellettuali: in altre parole, per le prestazioni eseguite successivamente al decreto Bersani si può oggi derogare ai minimi tariffari.
Tale innovazione ha aperto un acceso dibattito nella classe forense: da un lato, infatti, la possibilità di derogare ai minimi tariffari è stata vista da alcuni come possibilità di maggiore concorrenza, specie per i professionisti più giovani, che possono puntare su compensi contenuti per attirare clientela. Dall’altro lato, i sostenitori della inderogabilità dei minimi hanno sottolineato come la possibilità scendere al di sotto di un limite minimo fissato ex lege consenta a contraenti “forti” (si pensi a banche, compagnie assicurative, ecc.) di imporre condizioni particolarmente sfavorevoli al professionista per l’affidamento dell’incarico.
La questione è tutt’oggi aperta anche sul fronte giurisprudenziale: la Corte di Giustizia, infatti, nella sentenza n. 94 del 5 dicembre 2006 resa nelle cause riunite C.04/04 e C.202/04 ha affermato che una limitazione al principio di libera prestazione dei servizi professionali può essere consentita allorché ragioni imperative di interesse pubblico la giustifichino: ragioni che con riferimento alla inderogabilità dei minimi alla tariffa degli avvocati vengono individuate nell’esigenza di garantire la qualità della prestazione professionale a tutela dei consumatori e la buona amministrazione della giustizia. Sussistendo questi obiettivi, l’obbligatorietà dei minimi può essere giustificata allorché sussista il rischio che, per le caratteristiche del mercato, la concorrenza al ribasso sull’offerta economica tra operatori possa pregiudicare la qualità della prestazione. Per la Corte di Cassazione (sez. lav., 27 settembre 2010, n. 20269, relativa però ad una fattispecie anteriore all’entrata in vigore del decreto Bersani) nel contesto italiano, caratterizzato da una elevata presenza di avvocati, le tariffe che fissano onorari minimi consentono di evitare una concorrenza che si traduce nell'offerta di prestazioni "al ribasso", tali da poter determinare un peggioramento della qualità del servizio.
In definitiva, le due contrapposte posizioni partono da differenti modi di interpretare il ruolo dell’avvocato: per taluni, gli appartenenti ad ordini professionali e dunque anche i legali, svolgono una normale attività di “impresa” che, come tale, deve sottostare ai principi liberalizzatori, di fonte comunitaria, di libera concorrenza e di libera circolazione di beni e di servizi.
Per altri non è possibile ridurre o anche semplicemente accostare il ruolo dell’avvocato a quello di un’impresa e la previsione di minimi tariffari deve essere intesa come posta a tutela del decoro professionale e della qualità del servizio offerto.
Ad oggi, in ogni caso, la disputa non è ancora sopita, visto che si assiste, da un lato, alla richiesta degli avvocati di reintrodurre l’obbligatorietà dei minimi tariffari per garantire che la professione possa essere esercitata nel rispetto della dignità, del decoro e dell’indipendenza; dall’altro, alla rivendicazione dell’Autorità Antitrust circa gli effetti positivi per la concorrenza all’interno della professione forense che sono scaturiti dall’eliminazione dei minimi tariffari.

Avv. Giorgio Benedetti
Andreano Studio Legale S.t.P.

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