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Microimpresa, capitale umano e globalizzazione: rapporto conflittuale?

del 17/11/2010

Microimpresa, capitale umano e globalizzazione: rapporto conflittuale?

Il tema di questo convegno è indubbiamente impegnativo: la centralità dell’uomo negli scenari futuri caratterizzati dalla globalizzazione e dalla necessità di risposte alla crisi economica e sociale pone domande che vanno bel oltre i problemi contingenti che affrontiamo nelle imprese e nella società.

E all’interno di questo tema generale approfondire da parte mia la possibile conflittualità fra globalizzazione e microimpresa e capitale umano mi costringe a riflessioni ampie, che impongono un distacco sereno dalla quotidianità e dalle sue difficoltà per tentare di guardare lontano, appunto al futuro, ma senza dimenticare l’oggi e le tante criticità che emergono dalla portentosa evoluzione di questi ultimi anni.

Una sfida che va affrontata senza inutili barricate
La globalizzazione dell’economia è forse la sfida più grande dell’era contemporanea: le distanze sembrano non esistere più, la produzione si sposta indifferentemente in ogni angolo del pianeta, ogni mercato è influenzato dagli altri e a sua volta li influenza. L’andamento di una borsa asiatica o il cambio di una moneta sconvolgono in poche ore e in ogni Paese trend che sembravano sicuri e prevedibili.
L’autunno 2008 ne è stato esempio eclatante. In poche ore lo scoppio della bolla finanziaria del mercato immobiliare americano ha drasticamente investito non solo le borse e i mercati finanziari di tutto il mondo, ma anche il mercato reale della produzione e dei consumi.

In un anno abbiamo perso più del 6% della nostra capacità di produrre ricchezza e con molta fatica ricominciamo un lento recupero, esposto quasi ogni giorno a vecchie e nuove difficoltà e alla crescente concorrenza di Paesi emergenti che stanno costruendo il loro sviluppo a ritmi paragonabili solo a quelli del boom italiano del secondo dopoguerra.

Una sfida impossibile?

Non lo credo e sono convinto che non lo creda neppure la maggior parte degli imprenditori lombardi.

Certo, le difficoltà sono enormi: imprese e consumatori fanno le loro scelte razionali guardando le leggi di mercato, i meccanismi di domanda e offerta, il rapporto prezzo-qualità. Gli uni vogliono produrre e gli altri acquistare il meglio al minor prezzo.

E i Paesi emergenti offrono condizioni produttive sempre più allettanti, non solo in termini di minori costi produttivi (grazie sicuramente a bassi salari – ma che costituiscono una nuova fonte di reddito e di ricchezza per soggetti ai limiti della povertà assoluta – ed a pesanti impatti ambientali), ma anche di innovazione e qualità crescente dei prodotti.

Da qui molte scelte di delocalizzazione, o comunque di sviluppo in nuove aree spesso lontane, e i conseguenti riflessi sull’occupazione nei nostri territori.

Ma al tempo stesso la crescita economica di nuovi Paesi, demograficamente enormi, crea le condizioni di sviluppo della domanda mondiale.

Il problema è proprio questo: saper intercettare la crescita della domanda mondiale, che continua a ritmi sostenuti, cercando non solo di “esportare di più” ciò che fino ad oggi siamo stati bravi a produrre, ma di integrarci nell’economia internazionale ritagliandoci segmenti nuovi, prodotti e servizi ad alto contenuto sia tecnologico che funzionale, rispondendo ad una nuova domanda sempre più orientata alla qualità intrinseca dei prodotti, ma anche dei servizi e delle condizioni generali di vita.

Erigere barriere per impedire che altri entrino nei nostri confini può dare respiro per un breve e illusorio periodo: senza relazioni reciproche e paritarie – certo ben regolate e rimuovendo i numerosi elementi di concorrenza sleale – perdiamo l’aggancio (soprattutto noi, terra di trasformazione e di esportazione) ad uno sviluppo complesso, difficile, ma ineluttabilmente legato ad un processo di riequilibrio globale nella distribuzione del benessere.

Una sfida che i nostri imprenditori sapranno affrontare, sempre meglio
La sfida è complessa, ma la Lombardia parte dalla forza di oltre un milione di imprenditori e lavoratori autonomi di tutti i settori che, grazie alle loro capacità e al capitale umano che hanno fatto crescere in azienda, hanno saputo superare i molti momenti difficili del nostro recente sviluppo.

La crisi dello scorso hanno li ha colpiti duramente, ma le 830.000 imprese operative nella nostra regione ci mantengono in una posizione di rilievo dell’economia mondiale.

Già quest’anno rimboccandosi le maniche hanno saputo approfittare degli spazi offerti dalla crescita della domanda mondiale, imparando sempre più a muoversi a livello internazionale, anche su mercati difficili e lontani.

E sempre più stanno imparando a “mettersi assieme” consapevoli che i vantaggi della piccola dimensione (flessibilità, adattamento, creatività…) vanno coniugati con quelli di un’efficace organizzazione produttiva e dei mercati.

Abbiamo capacità, creatività, indiscussa laboriosità: dobbiamo imparare sempre di più a “fare squadra”, aggregandoci per innovare di più e presidiare meglio i mercati.

E’ forse questo lo sforzo nuovo che dobbiamo compiere e che le Camere di Commercio lombarde cercano di supportare stando vicine alle imprese.

Siamo sicuri di potercela fare: proprio la centralità dell’uomo, in Lombardia come in Cina, nell’impresa come nella società, può guidarci verso un ri-equilibrato sviluppo globale al quale tutti potremo partecipare, come uomini e come imprenditori.

Intervento di Francesco Bettoni
Presidente Unioncamere Lombardia
al convegno Elos Fondazione dell'11/11 dal titolo 'Dalla globalizzazione alla centralità dell’uomo: scenari futuri'

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