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Iva: il meccanismo di reverse change

del 03/06/2013

Con la locuzione reverse charge, che potremmo tradurre con il termine di “inversione contabile”, si è soliti riferirsi, in ambito IVA, a quella particolare ipotesi in cui l’obbligazione tributaria, corrispondente al versamento dell’imposta, è posta in capo al destinatario della cessione o prestazione, in luogo del cedente o prestatore.

Il meccanismo in parola, utilizzato dal legislatore prevalentemente al fine di contrastare fenomeni di evasione ed introdotto nell’ordinamento italiano dalla L. n. 7/2000, concernente il regime IVA applicabile all’oro, e successivamente esteso alle cessioni di rottami e materiali da recupero, al settore edile ed infine al commercio di telefonini, personal computer e prodotti lapidei, impedisce al cedente di addebitare l’IVA nella fattura che emette nei confronti di un soggetto passivo ed al contempo obbliga il cessionario - che deve integrare con il tributo il documento ricevuto e registrare lo stesso sia nel registro vendite che in quello degli acquisti - al versamento totale dell’imposta. In questo modo si evita che il cessionario/committente porti in detrazione il tributo che magari il cedente/prestatore non ha mai versato perché “svanito” (si tratta delle c.d. frodi carosello).


Il medesimo procedimento, ora evidenziato, si applica anche agli acquisiti intracomunitari (artt. 47 e ss. del D.L. n. 331/1993) dove il soggetto passivo dell’imposta è il cessionario che, una volta integrata la fattura del cedente comunitario con l’indicazione dei dati necessari alla determinazione della base imponibile e dell’imposta, è tenuto al versamento dell’IVA così determinata.

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