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Dove sono gli effetti del taglio al rating italiano?

del 30/04/2013

Dove sono gli effetti del taglio al rating italiano?

Qual'è la reale situazione che si cela dietro i mercati finanziari? A fronte di un taglio del rating Italiano e della mancanza di un governo forte, lo spread tra BTPs e Bund tedeschi doveva schizzare alle stelle.

Così non è stato.

Perché? Ben chiara ed esplicita la posizione del FMI: "Il credito si sta contraendo rapidamente in Italia e Spagna. Il credito alle piccole e medie imprese è una priorità e può essere migliorato anche riducendo i pagamenti arretrati del Governo, come deciso dall'Italia con lo stanziamento di 40 miliardi di euro”.

In una situazione dove la domanda si contrae per le incertezze macro-economiche, le altre cause generanti restrizioni nell'offerta di credito vanno affrontate come una priorità. Per questo motivo il FMI ha ovviamente promosso la decisione dell'Italia di intervenire con un decreto per velocizzare il pagamento dei debiti pregressi.

Debiti, di cui gran parte sono imputabili agli enti locali.

È evidente come tali scaduti continuino a generare forti tensioni di liquidità sui conti passivi delle imprese.

Conti messi a disposizione dal sistema bancario alle imprese per missione istituzionale. Non dimentichiamo, però, che solo una parte di queste risorse finanziarie sono della banca, banca intesa come “impresa” e quindi come soggetto dedito al perseguimento di un reddito per i propri azionisti o per fini mutualistici.

Il resto, la stragrande maggioranza, sono soldi dei risparmiatori. Per questo motivo sussiste una regolamentazione, per certi aspetti rigida e vincolante, il cui obiettivo è la completa tutela del risparmio, così come prescritto anche nella nostra carta costituzionale.

In termini molto semplificati, la normativa dice alle banche che per prestare i soldi a qualsivoglia soggetto, queste debbano detenere una specifica quantità di capitale posta a disposizione dagli azionisti.

Tale ammontare varia in base alla rischiosità del prenditore di fondi, anche misurata attraverso i rating emessi dalle società di rating (ECAI); regola che vale anche per i titoli di stato non nazionali. Pensando ad esempio ai BTP, immaginiamo quanto possa essere il loro costo per una banca. Per quelle nazionali, 100 € di BTP costano 0 € in termini di capitale, mentre per una qualsiasi banca straniera, allo stato attuale, 100 € di BTP costano 4 €.

Questo cosa vuol dire? Vuol dire che davanti ai downgrade dell’Italia da parte delle società di rating, le banche di mezzo mondo hanno immesso sul mercato i nostri titoli di stato, che sul mercato secondario si sono deprezzati, incrementando quindi il rendimento. Tuttavia, questi titoli qualcuno li avrà pur comprati, altrimenti altro che 500 punti di spread!

Un po’ la BCE, un po’ le Investments Bank americane che non sono soggette ai vincoli patrimoniali che dicevamo, un po’ altri investitori sparsi.

Va da se, che gran parte sono stati anche acquistati dalle banche italiane.

Banche che si sono finanziate, non di certo con la raccolta domestica, che è in contrazione, ma magari con qualche prestito BCE e soprattutto con minori prestiti alle imprese domestiche.

Ma come in tutte le cose, la verità forse sta nel mezzo.

Da una parte le banche si sono trovate a dover scegliere se prestare risorse ad imprese che potrebbero non pagare, specialmente nei casi in cui c’è di mezzo la pubblica amministrazione, con relativi costi in termini di capitale, oppure il mercato obbligazionario governativo, che rappresenta un rischio calcolato e che non necessita di alcun accantonamento.

Nel mercato obbligazionario dei titoli governativi, tutto questo è rappresentato dal corso dei prezzi e dai rendimenti che ne derivano. Il governo tedesco si sta finanziando praticamente guadagnandoci.

Sì perché, ai prezzi odierni, il governo tedesco a fronte del prestito ricevuto, tramite l’acquisto dei titoli obbligazionari governativi a 10 anni (Bund), si impegna a restituire il denaro ottenuto dietro un rendimento dell’1,2062%, di fatto sotto il deprezzamento dato dall’inflazione (1,7% di Marzo).

Cosa diversa invece è stata per lo stato italiano, che a seguito dell’effetto paura manifestatasi su tutti i mercati finanziari europei, si è dovuto finanziare, e lo sta tutt’oggi facendo, pagando molto di più di quello che fino a poco tempo fa era il suo rischio associato.

Il rendimento che lo stato tedesco offre, anche se rappresentate un investimento risk free, non può continuare su questi livelli. Prima o poi, dovrà necessariamente aumentare, portando ad una naturale discesa dei prezzi. È per tale motivo che il rendimento dei BTP italiani dovrà, necessariamente, diminuire. Da qui si spiega come, nonostante il taglio di rating del Paese Italia, che avrebbe dovuto portare ad una nuova impennata dei rendimenti (e quindi dello spread), il mercato di fatto ha continuato il suo naturale andamento, senza alcune influenze esterne come nella scorsa estate.

Tutto quanto detto, emerge dalla rappresentazione grafica sopra riportata. Si nota come il rendimento stia diminuendo drasticamente, ma anche come al tempo stesso, ci sia ancora appeal sui titoli tedeschi. Probabilmente da  questo momento in poi, entrerà in gioco il così detto “Parco Buoi”, che vedendo prezzi alti, deciderà di comprare, proprio quando gli operatori stanno accumulando posizioni corte per i motivi economici sopra citati.

Ma è solo veramente questo o c’è ben altro? Prendiamo in considerazione qualche numero. Ad oggi 1.676 miliardi di € di debito in titoli di Stato (circa l’83% del debito pubblico italiano complessivo) sono detenuti da quattro diverse categorie di soggetti: le banche e le assicurazioni hanno nei loro bilanci oltre 355 miliardi di titoli di stato italiani e gli altri investitori istituzionali (quelli del risparmio gestito) circa 69 miliardi. Su questi va rilevato che la stragrande maggioranza di questi titoli sono detenuti nei portafogli HTM (detenzione fino a scadenza) perché pur garantendo un buon rendimento, hanno un rischio associato molto limitato e, specialmente per gli investitori istituzionali, sono il principale modo per offrire al pubblico fondi con un profilo di rischio limitato. Quindi rimangono poco più di 1.250 miliardi che si dividono tra privati, fondi sovrani e banche centrali. Va da se che difficilmente i privati saranno soggetti dediti a muovere ingenti quantità di titoli di stato sul mercato secondario, mentre è abbastanza plausibile che il loro orizzonte temporale sia la detenzione sino a scadenza. Anche sui fondi sovrani la possibilità che ci sia una grande movimentazione del debito italiano ai fini speculativi è abbastanza limitata. Per quanto attiene le banche centrali mondiali, siamo certi che quella più interessata, la BCE, detiene circa 100 miliardi. A questo punto, diventa veramente difficile stabilire quanto sia l’ammontare del flottante dove si genera il prezzo di mercato che teoricamente dovrebbe rispecchiare le informazioni disponibili. Alla luce di questi dati è invece inopinabile che i 100 miliardi di titoli italiani detenuti dalla BCE rappresentano il 19% dell’intera massa detenuta tra banche ed investitori istituzionali.

Anche se per assurdo decidessimo di destinare un dieci percento dei titoli detenuti dai privati alla negoziazione sul mercato secondario, la quota in mano alla BCE scenderebbe al 15,65%. È evidente, perciò, che con una disponibilità tale di titoli è abbastanza facile generare dei prezzi che sono consoni agli interessi di chi li detiene. E di questo si assume ancora maggior consapevolezza verificando la massa dei decennali italiani nel sistema (neanche 65 miliardi).

Perciò, in questo momento lo spread dipende da quello che dicono le società di rating, indipendentemente dal fatto che ciò che dicano sia giusto o sbagliato, o le vere leve che incidono sul prezzo sono detenute da altri?

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