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La Cassazione: ritardi sul lavoro e licenziamento

del 11/03/2013

La Cassazione: ritardi sul lavoro e licenziamento

Un lavoratore veniva licenziato per giusta causa dopo che per ben 42 giorni, nell’arco di tre mesi, si era reso colpevole del mancato rispetto dell’orario di lavoro. Impugnato il licenziamento, deduceva di essere stato totalmente demansionato per circa due anni, privato di ogni attività lavorativa.

Il Tribunale di Roma, in primo grado, confermava il licenziamento, condannando il datore di lavoro al solo risarcimento del danno da dequalificazione professionale. In appello e poi in Cassazione il licenziamento veniva invece dichiarato illegittimo.

La Suprema Corte (sent. 1693/13), infatti, seguendo un consolidato orientamento, ha ricordato che il rifiuto di svolgere la prestazione lavorativa può essere legittimo se conforme a buona fede e proporzionato all’illegittimo comportamento del datore, configurando eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c.

La società non solo si era resa per prima inadempiente, impedendo al lavoratore di svolgere le mansioni, ma aveva tollerato per tre mesi le violazioni dell’orario lavorativo prima di adottare il provvedimento espulsivo: conferma ulteriore del venir meno dell’interesse aziendale alle prestazioni e della scarsa gravità dell’inadempimento del lavoratore, come tale non idoneo a giustificare la massima sanzione disciplinare.

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