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Se la banca revoca il fido ecco cosa si può fare

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di Paolo Pompilio del 08/03/2013
Se la banca revoca il fido ecco cosa si può fare

L'apertura di credito (comunemente chiamata "fido") è, come noto, quel contratto con il quale la banca si obbliga a tenere a disposizione del cliente una determinata somma di denaro, che l'accreditato, solitamente nel contesto di un rapporto di conto corrente, può utilizzare in più volte e più volte e ripristinare attraverso successivi prelevamenti e versamenti.

Se il contratto ha un termine, la banca non può recedervi prima della scadenza, se non per giusta causa e non senza aver concesso un termine di almeno 15 giorni per la restituzione delle somme utilizzate e dei relativi interessi (art. 1845 cod. civ.).

Se, come comunemente accade, il contratto è a tempo indeterminato, la banca può recedere in qualsiasi momento, applicando il preavviso stabilito dal contratto (art. 1845 cod. civ., ult. comma), che è quasi sempre di un solo giorno.

E' di tutta evidenza che l'imprenditore che si trovi, nel breve volgere di un giorno, a dover restituire somme spesso considerevoli e i relativi (salati) interessi moratori, può trovarsi, in seguito al recesso di una banca, in seria difficoltà! Non sempre, tuttavia, il comportamento della banca, che pure ricalchi la disciplina codicistica sopra descritta, può essere considerato legittimo.

Recenti pronunce della Corte di Cassazione, infatti, hanno sancito l'illegittimità della revoca laddove questa abbia, nel suo concreto esplicarsi, i caratteri dell'arbitrarietà e della imprevedibilità.

Tali caratteri sarebbero rinvenibili, sempre secondo la sentenza menzionata, quando la revoca del fido contrasti "con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai comportamenti usualmente tenuti dalla banca ed all'assoluta normalità commerciale dei rapporti in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista creditizia per il tempo previsto, e non potrebbe perciò pretendersi sia pronto in qualsiasi momento alla restituzione delle somme utilizzate, se non a patto di svuotare le ragioni stesse per le quali un'apertura di credito viene normalmente convenuta". Sono stati condotti, sulla scorta di tale precedente, alcuni giudizi per conto di imprese, con esiti, anche risarcitori, apprezzabili.

Per conseguire l'effetto sperato, devono ricorrere i presupposti concreti dell'arbitrarietà e dell'imprevedibilità, come si va ad illustrare nel punto che segue.

E' vero che la banca ha la facoltà di recedere in qualsiasi momento dall'apertura di credito a tempo indeterminato, ma altro è l'esercizio del diritto, altro è l'abuso del diritto.

Vi è abuso, laddove possano essere dimostrati i seguenti dati: la sostanziale continuità nella situazione economico-finanziaria dell'impresa finanziata (per es., se il conto corrente di riferimento, nel periodo precedente la revoca, rechi un andamento in dare e in avere del tutto analogo a quello relativo al periodo anteriore, e magari abbia interessanti movimenti in avere; se le altre banche, nello stesso periodo, non abbiano revocati i loro fidi concessi alla stessa impresa, e magari neppure dopo la revoca del fido in oggetto, ecc.); vitalità finanziaria dell'impresa (allegazione di una fatturazione non in diminuzione, del giro di affari, della solvibilità, ecc.); l'assenza di sintomi patologici (inadempimenti, decreti ingiuntivi, protesti, pignoramenti, ecc.).

La crisi attuale ha indotto le banche a modificare i criteri di attribuzione del rating ai propri clienti, i quali, a fronte di un comportamento assolutamente identico a quello degli anni precedenti nella gestione del conto, si vedono ridurre o addirittura revocare i fidi, con richiesta di rientro immediata, con minaccia di passare la posizione a sofferenza in CR Banca d'Italia.

L'ulteriore danno per il correntista risiede nella conseguente e automatica revoca dei fidi da parte di tutte le banche con le quali l'imprenditore lavora. Se non adeguatamente affrontata, questa è una situazione che porta inevitabilmente al fallimento dell'impresa e alla perdita delle proprietà sia aziendali che personali.

E' principio di diritto comunitario che la banca compie un illecito quando, senza avere dato alcun avvertimento o preavviso, chiude il credito che aveva fino a quel momento accordato al cliente. Il cliente ovviamente non ha diritto ad ottenere credito a tempo indeterminato, né la banca può considerarsi responsabile esclusivamente per il fatto della chiusura del credito.

Ma sussistendo una serie di comportamenti della banca tali da indurre il cliente a ritenere che gli sia stato accordato credito con una certa stabilità la banca sarà responsabile per avere "rotto" il rapporto contrattuale (Vasseur, 1981, 66), avendo determinato per l'impresa accreditata un pregiudizio effettivo ed in particolare il suo momentaneo "strangolamento", costringendola improvvisamente - con un recesso ad nutum - a ricercare altrove la liquidità necessaria a sopravvivere (ed a coprire il debito conseguente alla stessa revoca "brutale").

Tale principio è stato peraltro recepito dalla dottrina italiana, la quale ha ipotizzato la responsabilità della banca che interrompa inopinatamente la concessione di fido, attraverso l'applicazione dei principi di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.).

Così anche la giurisprudenza in un caso pratico: "Non può non convenirsi che il caso (…) è insorto soltanto per l'inatteso comportamento dell'I.c.c.r.i. che dopo avere elargito credito più di ogni altro, ha ritenuto suo interesse revocare in un unico contesto, tale credito, esigendo l'immediato rientro del credito erogato" (Tribunale Roma 28.12.83, FI 1984, I, 1986).

Ancora si riconosce, in una più articolata decisione, che il diritto della banca di recedere dall'apertura di credito è legittimo, ma deve essere valutato attraverso l'applicazione dei principi di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. (Pretura Torino 31.12.88-2.1.89, BBTC, 1990, II, 805).

Più recentemente la Cassazione: "Resta pur sempre da rispettare il fondamentale principio dell'esecuzione dei contratti secondo buona fede (art. 1375 c.c.), alla stregua del quale non può escludersi che, anche se pattiziamente consentito, in difetto di giusta causa il recesso di una banca dal rapporto di apertura di credito sia da considerare illegittimo, ove in concreto esso assuma connotati del tutto imprevisti ed arbitrari" (Cass. 21.5.97, n. 4538, BBTC, 1997, II, 648).

Illegittimità ed arbitrio vi sarebbero quindi allorchè si riscontrasse la carenza del presupposto di correttezza e buona fede nella revoca "brutale" e tale da porre il cliente in una imprevista oggettiva situazione di grave difficoltà. La gestione della revoca da parte del correntista deve all’inizio essere collaborativa.


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