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Rottura convivenza more uxorio: affidamento

del 19/02/2013

Rottura convivenza more uxorio: affidamento

In caso di rottura della convivenza more uxorio, se dall'unione nascono dei figli la loro posizione giuridica è la medesima di quella applicata ai figli legittimi: di conseguenza  il figlio naturale riconosciuto potrà essere affidato ad entrambi i genitori (affido condiviso), con collocamento prevalente presso uno dei genitori (nella maggior parte dei casi la madre) al quale potrà essere assegnata la casa familiare anche se di proprietà esclusiva dell'altro genitore.

Ciò perchè in ogni decisione dei giudici di legittimità prevale sempre l'interesse della prole più che l'interesse patrimoniale/economico dei genitori che pongono fine alla convivenza.

Dal 2006 grazie alla L. 54, nelle situazioni di crisi della famiglia, i rapporti tra genitori e figli sono regolati dalla disciplina dell'affidamento condiviso, facendo si che l'affidamento esclusivo rimanga una soluzione marginale alla quale il giudice potrà ricorrere quando l'affido condiviso apparirà contrario all'interesse dei figli.

L'elemento innovativo della L.54/2006 sta nel fatto che la disciplina dell'affidamento condiviso si applica,inoltre, alle unioni "diverse" dalla famiglia legittima ed infatti la norma espressamente enuncia che "le disposizioni della presente legge si applicano anche ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati".

Sono numerosi i contributi che provengono dalla sociologia e dalla psicologia, i quali hanno, in parte, spinto il legislatore a ritenere preminente "l'interesse del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori nonchè con i parenti di ciascun ramo genitoriale" ed  evitare di traumatizzarlo ulteriormente visto che oltre a subire le conseguenze (spesso) negative della rottura di una convivenza dei genitori subirebbe anche gli effetti della perdita di un rapporto stabile e continuativo con uno dei due.

E' ragionevole ritenere che l'affidamento condiviso non può essere escluso solo a causa della mera conflittualità esistente tra i genitori perchè, se così fosse, questi non sarebbe quasi mai praticabile e le parti potrebbero essere incentivate ad inasprire il conflitto al fine di ottenere l'affido esclusivo dando origine ad una sorta di "guerriglia personale tra ex conviventi" dalla quale deriverebbero conseguenze negative per i figli, le uniche vere vittime di queste situazioni...

Invece, l'affidamento condiviso fa sì che l'esercizio della potestà genitoriale spetti ad entrambi i genitori in tutti i casi in cui la convivenza è interrotta perchè non vi è più tra i soggetti la condivisione di un " progetto di vita insieme" a causa di una situazione di conflittualità tale da far ritenere, appunto, cessata l'affectio coniugalis.

Tuttavia preme far chiarezza su un punto importante: l'affidamento condiviso non significa convivenza dei figli con entrambi i genitori congiuntamente, perchè sarebbe una soluzione pregiudizievole per tutti vista la crisi familiare, ma non può nemmeno implicare la necessaria coabitazione dei figli con l'uno e con l'altro genitore a turno e per periodi di tempo uguali poichè, anche questo, sarebbe in evidente contrasto con l'interesse preminente della prole ad avere e mantenere una "stabile dimora quale è la casa familiare" che rappresenta, com'è ovvio, il luogo di formazione e sviluppo della personalità psico-fisica della medesima.

Affidamento condiviso significa adesione ad una scelta di partecipazione congiunta dei genitori nella vita dei figli i quali dovranno comunque trovare collocazione presso uno dei genitori.

Il fatto che l'assegnazione della casa familiare venga disposta a favore del genitore affidatario e non del genitore proprietario dell'immobile non deve stupire in quanto sono gli artt. 147 e 148 c.c. che impongono ai genitori l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole e del resto l'obbligo di mantenimento si sostanzia anche nell'assicurare ai figli l'idoneità e la stabilità della dimora.

Anche in questo caso, com'è giusto che sia,  prevale l'interesse alla tutela della prole mentre assumono rilievo secondario logiche di tipo dominicale (legate alla proprietà della casa); nell'eventualità che la casa sia di proprietà di entrambi i genitori si potrà chiedere ed ottenere la divisione della comproprietà.

E' nell'art 261 c.c. che si trova il fondamentale principio  in forza del quale il riconoscimento del figlio naturale comporta per i genitori l'assunzione di tutti i diritti ed obblighi che assumono nel caso di filiazione legittima e dunque il matrimonio non costituisce più elemento di discrimine nel rapporto tra genitori e figli (naturali riconosciuti e legittimi).

Tutto ciò attesta l'assoluta preminenza attribuita al rapporto di filiazione in quanto tale nonchè l'esigenza di garantire alla prole di permanere nell'habitat domestico di cui ha fruito insieme ai genitori, e dove si è oggettivizzata la convivenza fra genitori e figli.

Dunque, si può concludere sottolineando che è prioritario impedire ai figli di subire (oltre al dispiacere per la fine dell'unione fra i genitori) un'ulteriore perdita delle sue abitudini di vita con il distacco affettivo dalla propria casa della quale ha disposto insieme ai genitori solo perchè essa è di proprietà dell'altro genitore non assegnatario. 

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