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Studi di settore, sì accertamento se acquisti sproporzionati

del 15/02/2013

Studi di settore, sì accertamento se acquisti sproporzionati

       Lo studio di settore resta in piedi anche se, pur avendo dimostrato le ragioni dello scostamento dai parametri, il contribuente non è tuttavia in grado di giustificare acquisti  (anche personali) incompatibili con il proprio reddito. 

È questo, in estrema sintesi, quanto stabilito dagli Ermellini con la recente sentenza n. 2805 dello scorso 6 febbraio. 

Un avvocato (deceduto nelle more dei gradi di merito) aveva ricevuto un avviso di accertamento in relazione alle imposte dirette (IRPEF) per aver dichiarato redditi non congrui rispetto al relativo studio di settore.

Le Commissioni Tributarie, in entrambi i gradi di merito, annullavano il provvedimento ritenendo adeguatamente provate le ragioni dello scostamento dai parametri degli studi.

L’Agenzia delle Entrate, portata la questione davanti alla Cassazione, ha ottenuto la cassazione della sentenza con rinvio al merito sulla base delle seguenti argomentazioni.

        La Cassazione, in primo luogo, ha precisato come gli accertamenti induttivi possano essere fondati sia su gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dalle caratteristiche dell’attività sia, direttamente, sull’applicazione degli studi di settore, laddove lo scostamento del reddito dichiarato dagli stessi costituisce di per sé una grave incongruenza.

In secondo luogo, la Cassazione dà ragione al Fisco nell'attribuire rilevanza agli acquisti (effettuati anche per scopi extraprofessionali) effettuati dal contribuente.

I giudici di legittimità giustificano infatti il ricorso all’accertamento induttivo anche, come già detto, per la semplice incompatibilità tra ricavi dichiarati e situazione patrimoniale concreta.

In questo caso, la non congruità rispetto ai parametri dello studio di settore (che, di per sé, ha valenza di presunzione semplice, ossia di mero indizio) era confermata altresì da incrementi patrimoniali non compatibili con il reddito dichiarato dal contribuente, anche perché questi si era limitato ad allegare (si badi, non a provare), che detti incrementi erano frutto di una donazione di suo padre.

In assenza di bonifici o comunque di tracce della supposta donazione, ovviamente la Cassazione ha ritenuto insufficienti le ragioni del contribuente, cassando la sentenza d’appello.

La sentenza in commento si fonda sull’assunto per cui la presunzione semplice della non congruità allo studio, unitamente alla sproporzione oggettiva degli acquisti effettuati, costituisce prova piena idonea ad emettere  l’avviso di accertamento.

È interessante osservare come qui la Cassazione, per rafforzare le evidenze emergenti dallo studio di settore (di per sé non idonee a fondare un accertamento in quanto presunzioni semplici), abbia inteso valorizzare il dato di acquisti rilevanti e incompatibili col reddito dichiarato, così da integrare, mediante l’uso di due presunzioni, i requisiti di gravità, precisione e concordanza che fanno di quest’ultime una prova piena.

L’acquisto di beni infatti è stato infatti consoiderato come un’ulteriore grave incongruenza che, all’uopo, avrebbe potuto, in altri casi (si pensi all’accertamento sintetico e al cd. “redditometro”) già da solo fondare un accertamento.

È come se il Fisco si sia servito della non congruità per attivarsi nei confronti del contribuente, ma si sia poi spostato su ulteriori elementi per giustificare e consolidare la rettifica del reddito operata con l’accertamento.

Il complesso percorso logico effettuato dall’Ufficio, condivisibile o meno, tradisce sicuramente il timore, confermato da una crescente giurisprudenza, che un accertamento basato esclusivamente sugli studi di settore possa non restare in piedi autonomamente in assenza di ulteriori indizi di maggior reddito, essendo, per sua natura, basato su parametri di categoria che non tengono conto della situazione concreta.

In questo caso, l’evidenza di acquisti sproporzionati da parte del contribuente è servita a conferire allo studio di settore la “personalizzazione” necessaria ad assolvere pienamente, almeno secondo la Cassazione, l’onere probatorio del Fisco.

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