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Estorsione: il caso Corona e la giurisprudenza

del 06/02/2013

Estorsione: il caso Corona e la giurisprudenza

La conferma da parte della Suprema Corte di Cassazione della condanna a carico di Fabrizio Corona (con la conseguente definitività della pena della reclusione pari a 5 anni che ha condotto al suo arresto), ha portato i media ad interessarsi del fatto non solo in termini di “gossip”, ma anche di diritto. Di qui lo spunto per indicare in questa sede alcuni elementi normativi e giurisprudenziali che possano costituire “strumento” giuridico utile ai “non addetti ai lavori”, per poter integrare le proprie nozioni in tema di estorsione (articolo 629 Codice Penale) e di quantificazione della pena.

La questione dibattuta appare orientarsi attorno a due aspetti principali: da un lato la problematica della “proporzionalità” della pena; dall’altro l’individuazione dei parametri che consentano di qualificare determinate azioni come “estorsive”. Come noto, la condanna confermata dalla Cassazione per estorsione aggravata e trattamento illecito di dati personali, ineriva il procedimento di Torino, riferito alla pretesa di 25 mila euro da parte del calciatore Trezeguet, per impedire la pubblicazione di alcune foto che ritraevano il medesimo con una ragazza. In primo grado il Tribunale di Torino, in data 12 Marzo 2010, aveva inflitto 3 anni e 4 mesi di reclusione per tale fatto; in secondo grado la Corte d'Appello di Torino,  il 16 Gennaio 2012, aggravava la condanna, ora confermata dalla Cassazione. Sotto il profilo della proporzionalità della pena e del principio di uguaglianza davanti alla legge, la difesa ha lamentato disparità di trattamento sanzionatorio adottate dai diversi Giudici di merito che, in diversi tempi e luoghi, hanno giudicato fatti analoghi nei confronti del fotografo, taluni procedendo ad assoluzioni, taluni infliggendo condanne ben più miti.

Gli strumenti giuridici per la valutazione di tale questione sono rappresentati in primo luogo dall’articolo 133 del Codice Penale che, nell’attestare la discrezionalità del Giudice, indica allo stesso una serie di criteri di cui dovrà tener conto nell’applicazione della pena: “le modalità dell’azione, la gravità del danno cagionato alla persona offesa, l’intensità del dolo, i motivi a delinquere ed il carattere del reo, i precedenti penali e giudiziari, la condotta di vita antecedente al reato e susseguente allo stesso, le condizioni di vita individuale, familiare e sociale”. Attraverso tali indicazioni il Giudicante potrà individuare la pena base, spaziando tra il minimo ed il massimo edittale che spesso è assai ampio. L’attuale articolo 629 Codice Penale prevede che l’estorsione sia punita “con la reclusione da 5 a 10 anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000”. In presenza di determinate aggravanti, la pena base della reclusione è prevista, dal secondo comma dell’art. 629, “da 6 a 20 anni e multa da euro 5.000 a euro 15.000”. Individuata la pena base da cui partire, il Giudice potrà applicare eventuali riduzioni di pena in presenza di circostanze attenuanti (articoli 62 e 62-bis del Codice Penale), o di fronte a mero “tentativo” di reato (articolo 56 Codice Penale), oppure ancora in ragione di scelte processuali che consentano particolari “sconti” di pena (es. rito abbreviato – art. 438 Codice di Procedura Penale - o es. patteggiamento – art. 444 Codice di Procedura Penale - che possono ridurre di 1/3 la pena complessiva, in ragione della scelta processuale). I criteri seguiti nel determinare la pena finale dovranno essere indicati dal Giudicante nella sentenza e – se correttamente motivati – reggeranno al vaglio della Suprema Corte di Cassazione che opererà controllo di legittimità e di diritto (ma non più di merito, di competenza dei primi due gradi di giudizio). Ma, alcuni si chiedono, la condanna “definitiva” così determinata, potrà considerarsi veramente tale? La risposta è no: in taluni casi detta condanna potrà essere “ritoccata”.  Ciò potrà accadere, ad esempio in caso di revisione del processo, ove ricorrano i presupposti di cui all’articolo 630 Codice di Procedura Penale, oppure nel caso di riconosciuta “continuazione” tra i reati ai sensi dell’art. 81 Codice Penale. Nella seconda ipotesi, le varie condanne definitive in presenza di un medesimo disegno criminoso, potranno essere “riunite in continuazione” passando così dalla mera somma “matematica” delle condanne (cumulo materiale), ad un cumulo “giuridico”.  In altre parole, tutti i fatti saranno riuniti attorno ad una pena principale (pena base, ricavata dal reato più grave) aumentata di un tot per ciascun reato ritenuto commesso in esecuzione di un medesimo disegno criminoso. Aumento che sarà sicuramente minore rispetto alla condanna inflitta per il medesimo reato con separata sentenza.

In tale serie di regole processuali, la discrezionalità di ciascun Giudice è in ogni caso massima, per poter adeguare la pena al caso concreto sottoposto al suo vaglio.  Solo nel caso in cui si giungesse ad un cumulo giuridico, si avrà la decisione di un Giudice (dell’esecuzione) che ottenendo in visione differenti sentenze, potrà confrontare e ponderare i diversi aumenti di pena, riportando se del caso il più possibile a proporzione le condanne da più parti inflitte. Quanto alla individuazione dei criteri per ritenere sussistente il reato di estorsione, gli strumenti a nostra disposizione sono, da un lato la fattispecie prevista dal Codice Penale: art. 629 che prevede la punizione a titolo di estorsione per “chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”; dall’altro l’interpretazione che di tale norma la Giurisprudenza ha fornito nel tempo, a fronte delle diverse casistiche ad essa sottoposte. I due elementi fondamentali, dunque, che il Giudice dovrà individuare affinchè una condotta si consideri estorsiva, sotto il profilo oggettivo sono, in sintesi: a) la costrizione di taluno attraverso una minaccia; b) l’ingiusto profitto. Entrambi tali elementi debbono coesistere e sono tra loro inscindibilmente connessi. La Suprema Corte, con sentenza n. 43317 del 2011 (Sezione II, ud. 20.10.2011 – deposito del 24.11.2011), nel confermare la condanna ad anni 1 mesi 5 inflitta dalla Corte d’Appello di Milano (in tema di tentata estorsione ed indebito utilizzo di dati personali - C.p. art. 56, 629 e D.lgs 30.06.2003, n. 196, art. 167), ha ravvisato il primo profilo nell’induzione all'acquisto a condizioni onerose delle fotografie scattate, a fronte della minaccia di introduzione delle medesime nel circuito di pubblicazione, fatto idoneo a ledere la reputazione degli interessati. Ha ravvisato, quindi, l’ingiusto profitto con riferimento agli indebiti vantaggi che il possessore di dati personali altrui può ritrarre dall'allargamento della competizione commerciale per l'acquisto del prodotto oltre i limiti di utilizzazione previsti dalla legge. Ha precisato come, “l'unica alternativa alla diffusione, nel circuito mediatico, di immagini di personaggi noti, in assenza dell' autorizzazione degli interessati, è costituita dalla rinuncia alla loro utilizzazione, e ogni diverso tentativo di utilizzazione integrerà un abuso punibile ai sensi dell'art. 35 L 671/1996 (ora art.167 D.Lgs n. 196/2003). Sotto il profilo soggettivo i Giudici di merito non hanno ritenuto di accedere alla giustificazione fornita dall’agente, ossia di aver ottenuto il denaro in relazione al favore fatto ad un amico (al quale veniva offerta la possibilità di ottenere la sottrazione dal circuito di pubblicazione delle foto compromettenti attraverso il diretto acquisto del materiale fotografico).  I Giudicanti hanno ritenuto che, con tale comportamento, fosse posto in essere un “ricatto”, idoneo a costringere l’amico ad acquistare il materiale fotografico. D’altra parte, l’orientamento della Suprema Corte nell’individuazione della tipologia di minaccia ritenuta idonea per ritenere sussistente il reato di cui all’art. 629 Codice Penale è da sempre conforme nel ravvisare rilevanti anche, ad esempio, le “minacce di far valere un diritto”, anche attraverso un’azione giudiziaria od esecutiva. In tal senso (Sentenza n.48733, sezione Seconda, 17.12.2012) è stata confermata la condanna per estorsione a carico di chi aveva minacciato azione legale per riscuotere i compensi, pur nella consapevolezza di aver quantificato tali somme di denaro come non dovute o sproporzionate rispetto al reale debito. Di qui l’illegittimità dell’intimidazione (minaccia)  finalizzata al conseguimento di un profitto ulteriore, non giuridicamente tutelato (ingiusto profitto).

Precisava la Cassazione che, ai fini estorsivi, la minaccia è solo quella che è “finalizzata a conseguire un profitto ulteriore ed ingiusto, in quanto il discrimine tra legittimo esercizio di un diritto o la minaccia di esercitarlo è da individuarsi proprio nell’ingiustizia del profitto che si intende realizzare: una richiesta del tutto sproporzionata ed eccessiva della quale l’agente sia consapevole, è sintomatica dell’intenzione di conseguire un ingiusto profitto”. La richiesta di una somma di denaro a titolo di risarcimento di danni, normalmente legittima, assume il carattere di illecito ed integra gli estremi del delitto, tentato o consumato, di estorsione “quando sia del tutto sproporzionata alla entità dei diritto leso e sia fatta con riserva implicita o esplicita di far valere le proprie ragioni nei modi di legge, ove la somma non venga integralmente pagata”. Il reato di estorsione è stato confermato anche a carico del datore di lavoro che, in vari modi e dietro minaccia di licenziamento, abbia costretto i propri dipendenti ad accettare di lavorare sottopagati rispetto al lavoro effettivamente svolto ed ai minimi retributivi di cui ai contratti collettivi,  facendo figurare, in realtà, in alcuni casi di conferire in busta paga somme maggiori (Cassazione Sentenza n. 4290, Sezione Seconda, 1.02.2012), ovvero  costringendo  i dipendenti a siglare un accordo privato in deroga (Cassazione Sentenza n. 48868, 21.12.2009), oppure ancora  avendo costretto i medesimi a lavorare in nero (Cassazione Sentenza n. 36642, 5.10.2007), approfittando della situazione di mercato del lavoro caratterizzata dalla prevalenza dell’offerta sulla domanda. In ogni caso, ciò che dovrà accomunare le casistiche individuate dalla Giurisprudenza quali “estorsive” e come tali condannate, sarà necessariamente l’indicazione dell’ingiustizia del profitto, sulla quale il Giudicante dovrà dar conto in sentenza con idonea motivazione, sia sotto il profilo oggettivo che sotto il profilo soggettivo (ossia della coscienza da parte dell’agente dell’ingiustizia del profitto dal medesimo richiesto).

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