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La deducibilità dei crediti inesigibili per insolvenza

del 28/01/2013

La deducibilità dei crediti inesigibili per insolvenza

Il numero crescente di cattivi pagatori suggerisce una riflessione sulla “deducibilità” dei crediti inesigibili da parte delle aziende che si trovino ad affrontare problematiche connesse all’insolvenza.

Partendo dal dato normativo, l’art. 101, c. 5, Testo Unico delle Imposte sui Redditi, disponeva: “le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e in ogni caso (…) se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali”.

Il legislatore è intervenuto sul punto, con l’art. 33 del D.L. 83/2012, modificando il testo del Tuir e ha stabilito che gli «elementi certi e precisi» che accertano la perdita del credito «sussistono in ogni caso» se è «decorso un periodo di sei mesi dalla scadenza di pagamento del credito» e se il credito è di «importo non superiore a 5.000 euro per le imprese di più rilevante dimensione» e «non superiore a 2.500 euro per le altre imprese».

Ad oggi la deduzione delle perdite sui crediti è possibile senza particolari formalità nell’eventualità di importi di modesta consistenza e qualora il debitore sia assoggettato a fallimento, liquidazione coatta, concordato preventivo, amministrazione straordinaria o, dopo il D. L. 83/2012, ad accordo di ristrutturazione dei debiti. In tutti gli altri casi, invece, occorre che l’insolvenza sia dimostrata con tutti i mezzi utili ad accertare la sussistenza di quegli “elementi certi e precisi” dai quali la legge fa dipendere la deducibilità delle perdite derivanti da crediti inesigibili.

Nell’eventualità in cui il creditore decida di intraprendere le azioni giudiziarie necessarie al recupero del credito si deve prestar attenzione al fatto che l’Agenzia delle Entrate adotta un atteggiamento rigoroso ed esige un’approfondita valutazione della situazione giuridica del debitore: non ritiene sufficiente infatti l’esperimento di procedura esecutiva infruttuosa e rimette all’apprezzamento del Giudice l’accertamento dello stato di insolvenza del debitore arrivando ad affermare che, nel caso in cui il debitore non è assoggettabile a procedura concorsuale, il fatto costituisce di per sé elemento positivo a supporto della recuperabilità del credito.

La giurisprudenza delle Commissioni Tributarie è più favorevole al contribuente e si è espressa in più occasioni affermando che gli elementi “certi e precisi” possono essere desunti anche dai solleciti di pagamento e dalle relazioni dei professionisti che attestino la situazione di dissesto del debitore.

A parere delle Corti anche le valutazioni di inopportunità del proseguimento nell’azione del recupero del credito in via giudiziale possono concorrere a legittimare la deducibilità dello stesso allorché l’antieconomicità dell’azione o le ragioni commerciali della desistenza siano adeguatamente supportate.

Nel caso in cui il creditore, invece, opti per la cessione del credito, l’Agenzia delle Entrate e la Corte di Cassazione sono concordi nell’affermare che la cessione pro soluto del credito inesigibile non integra i requisiti di certezza e precisione previsti dalla legge.

L’Amministrazione finanziaria ha precisato che la cessione dei crediti rientra nel novero di quelle operazioni per le quali l’Amministrazione può disconoscere i vantaggi tributari conseguiti mediante atti e negozi privi di valide ragioni economiche e diretti esclusivamente ad aggirare obblighi o divieti ed ottenere vantaggi fiscali indebiti.

E’ pacifico quindi che, fatte salve le ipotesi recentemente introdotte e quelle di procedure concorsuali a carico del debitore, il contribuente è tenuto a provare rigorosamente e puntualmente l’inesigibilità del credito e dunque l’inevitabilità della relativa perdita tanto nell’eventualità in cui si scelga di perseguire strenuamente con l’attività di recupero, quanto nel caso in cui di opti per la cessione dello stesso.

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