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Guida in stato di ebrezza e detenzione armi

del 30/01/2014
CHE COS'È?

Guida in stato di ebrezza e detenzione armi: definizione

L’acceso allarme sociale venutosi a creare nei riguardi del reato di guida in stato d’ebbrezza, probabilmente è una delle concause alla base dell’applicazione da parte del Prefetto del provvedimento di divieto di detenzione di armi e di materiale esplodente, ex art. 39 T.U.L.P.S., a coloro resosi autori per la prima volta del reato previsto e punito all’art. 186 del Codice della Strada.
Secondo l’orientamento posto a supporto del predetto provvedimento cautelativo: un’unica violazione dell’articolo 186 C.d.S. è sufficiente a far venir meno le necessarie garanzie in capo all’interessato circa un suo non abuso delle armi detenute, al fine di prevenire, dunque, qualsiasi situazione pregiudizievole per la sicurezza e l’incolumità pubblica.

COME SI FA
Vi è da dire che detto provvedimento, ad iniziativa d'ufficio, inizialmente ha  natura interinale e cautelare per consentire al destinatario dello stesso di intervenire nel procedimento.
Lo stesso successivamente viene seguito da un provvedimento di natura definitiva ovvero, qualora si rilevino insussistenti i presupposti che ne avevano determinato l'adozione, da un provvedimento di revoca.
Il provvedimento, una volta adottato, è permanente e la sua sussistenza costituisce un motivo ostativo alla concessione di qualunque altra autorizzazione al porto d'armi.
Il Prefetto procede all’adozione del provvedimento di natura interinale e cautelare sulla scorta della segnalazione di un organo di polizia, dal cui contenuto possa desumersi la possibilità di abuso delle armi.
All’applicazione segue da parte dell’organo di polizia la notifica del provvedimento all'interessato che, se lo ritiene, può intervenire nel procedimento con una memoria difensiva corredata da eventuale documentazione attestante gli elementi soggettivi e oggettivi a garanzia della propria affidabilità, tra cui: l’incensuratezza, l’occasionalità dell’accadimento, il buon esito degli accertamenti medici prescritti dal combinato disposto degli articoli 186 comma 8 e 119 comma 4 C.d.S. ecc.
Diversamente l’interessato può presentare direttamente entro il termine di 60 giorni ricorso al TAR, ovvero nel diverso termine di 30 giorni ricorso gerarchico.
Sfumati tali termini, se l'interessato non è intervenuto nel procedimento viene adottato il provvedimento definitivo.
Al contrario, se l'interessato interviene nel procedimento, deve essere effettuata apposita valutazione all'esito della quale il provvedimento interinale e cautelare può essere revocato, qualora si rilevino insussistenti i presupposti che ne avevano determinato l'adozione, oppure può essere confermato con l'adozione di un provvedimento definitivo.
È di tutta evidenza l’afflittività del provvedimento in oggetto, il quale pur se caratterizzato da un’ampia discrezionalità, affinchè non sfoci in un mero atto arbitrario deve fondarsi su elementi dai quali emerga concretamente l’assenza di pericolosità sociale in capo all’interessato.
In proposito si evidenza che la normativa applicabile in materia di autorizzazione all’uso delle armi non prevede che un abuso occasionale, o per meglio dire isolato, dell’alcool, sia sufficiente a far venir meno in capo ad un soggetto i requisiti psicofisici minimi per il permanere del porto d’armi e per l’autorizzazione alla detenzioni di armi.
Di seguito si riportano alcuni degli articoli rilevanti nell’ambito d’interesse:

1) art. 1, 11, 3° comma, R.D 1931/773 che consente la “possibilità” (“possono esser revocate”) di revoca delle autorizzazioni di Polizia “quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego dell’autorizzazione”;

2) art. 43, 2° comma, R.D 1931/773, il quale prevede: “la licenza “può” essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta e non dà affidamento di non abusare delle armi”, tra i delitti di cui al primo comma non è menzionato l’art. 186 CDS;

3) il Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, il quale, all’art. 1, in ordine ai requisiti psicofisici minimi per il rilascio e rinnovo dell’autorizzazione del porto di fucile per uso di caccia, prevede che “in particolare non deve essere presente dipendenza da sostanze psicotrope, alcol, stupefacenti;

4) il Decreto Ministeriale 28 aprile 1998, il quale all’art. 1, in ordine ai requisiti psicofisici minimi per il rilascio ed il rinnovo dell’autorizzazione del porto di fucile per uso caccia, prevede, al punto 5), “l’assenza di disturbi mentali, di personalità o comportamentali. In particolare non deve riscontrarsi dipendenza da sostanze stupefacenti, psicotrope e da alcol. Costituisce altresì causa di non idoneità l’assunzione anche occasionale di sostanze stupefacenti e l’abuso di alcol e/o psicofarmaci;
unitamente a ciò, va altresì considerato che l’emissione del provvedimento di divieto di detenzione di armi, secondo la normativa di riferimento, richiede l’espletamento di accertamenti che vanno oltre a quelli eseguiti per accertare la semplice guida in stato di ebrezza.
Infatti, esclusivamente gli uffici medico-legali, i distretti sanitari dell’unità sanitaria Locale e le strutture sanitarie militari o della Polizia di Stato possono compiere i precipui accertamenti relativi al porto d’armi e alla relativa autorizzazione.      
Pertanto,  soltanto nei casi in cui vi è stato l’espletamento di controlli specifici  può ritenersi raggiunta la piena prova circa l’attuale mancanza in capo all’interessato dei requisiti necessari per l’autorizzazione di detenere armi.
Utile fare riferimento a quanto precisato dalla giurisprudenza: “la potestà di prevenzione che, in tema di divieto di detenzione delle armi, la legge assegna all’autorità di Pubblica Sicurezza, non può essere esercitata in base a presunzioni astratte o a meri elementi indiziari, ma richiede - ai fini del giudizio prognostico del possibile abuso – un’attenta e motivata considerazione delle qualità soggettive del detentore dei mezzi di possibile offesa, delle sue condizioni , dello stile di vita e degli ambienti di frequentazione, dalla quali possa collegarsi l’evento dannoso che si vuole prevenire” (vd. Cons. St., sez. VI, 6 ottobre 2005, n. 5438; TAR Toscana, 27 maggio 2009 n. 932, TAR Abruzzo, Pescara, 30 maggio 2007, N. 574).    
In conclusione, con la consapevolezza dell’ampia discrezionalità che caratterizza il provvedimento de quo e rifacendosi al consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa (tra altre Consiglio di Stato, Sez. VI, 20 ottobre 2005, n. 5905, TAR Bolzano, 9 gennaio 2008, n.1), per una corretta applicazione del provvedimento di divieto di detenzione di armi e materiale esplodente deve sussistere un sufficiente “fumus”, in ordine a possibili comportamenti imprudenti, negligenti o comunque irrispettosi delle leggi e dei regolamenti posti a tutela dell’incolumità propria e altrui da parte della persona a cui il provvedimento è rivolto.

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