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Più tempo alle parti sulla partecipazione

del 20/01/2011
di: di Simona D'Alessio
Più tempo alle parti sulla partecipazione
Il Parlamento si prepara a concedere una proroga alle parti sociali sulla partecipazione dei lavoratori all'attività d'impresa, oggetto di un accordo che concedeva un anno per la sperimentazione, scaduto il 9 dicembre. A prevedere questa strada è Maurizio Castro, capogruppo del Pdl in commissione Lavoro al Senato, che annuncia a ItaliaOggi la convocazione in tempi rapidi dei soggetti interessati, «che sicuramente chiederanno un po' più di tempo» per diffondere il modello, che consentirebbe ai dipendenti di rafforzare il legame con l'azienda, entrando in possesso di azioni e condividendone gli utili. La tesi del partito unico del centro-destra, insieme a Cisl e Uil, prosegue, «è di monitorare l'operato, per poi recepire l'intesa ed, eventualmente, introdurre modifiche legislative», senza imporre «soluzioni dall'alto (in XI commissione a palazzo Madama sono stati presentati quattro testi bipartisan, poi unificati, ndr) come vorrebbe Pietro Ichino», l'esponente del Pd nominato relatore. Nel corso di un convegno ieri a Palazzo Giustiniani a Roma, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha tracciato la nuova via italiana nelle relazioni industriali, in cui «è un bene che vengano rinviati al dialogo fra le parti la detassazione del salario di produttività e gli ammortizzatori, che non sono un self-service come l'indennità di disoccupazione». Inevitabili i riferimenti alla Fiat, poiché dopo il referendum di Mirafiori e l'intesa di Pomigliano, si assiste alla «fine dell'oppressione ideologica sulla produzione, che agevolerà un migliore utilizzo degli impianti. Ciò, però, deve riverberarsi in termini di aumento di salario» per i lavoratori. A giudizio di Sacconi «la partecipazione è legata allo sviluppo», sulla scia di quanto sosteneva Marco Biagi nello slogan «meno Stato, più società». Il Paese, tuttavia, ha detto Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, deve difendere le aziende rimaste sul territorio, al contrario delle 15-16.000 trasferitesi nella sola Romania, perché «l'internazionalizzazione non deve essere confusa con la delocalizzazione».

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