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Operazioni intraUe più leggere

del 18/01/2011
di: di Franco Ricca
Operazioni intraUe più leggere
Il regime di autorizzazione per le operazioni intracomunitarie, recentemente istituito e appena avviato, potrebbe presentare effetti semplificatori per le imprese che acquistano solo in via occasionale beni o servizi in altri stati membri: in assenza di iscrizione della partita Iva nell'archivio Vies, infatti, l'impresa, dovendosi considerare priva di soggettività passiva negli scambi intraUe, pagherebbe l'imposta al fornitore, evitando così gli adempimenti propri della tassazione nazionale (autofatturazione, modello Intrastat). Una semplificazione di rilievo, dunque, in considerazione della posizione assunta dall'Agenzia delle entrate sull'estensione del regime alle prestazioni di servizi, emersa nel corso della Teleconferenza di ItaliaOggi di venerdì scorso (si vedano le risposte su ItaliaOggi del 15 gennaio e su ItaliaOggi Sette in edicola).

Le nuove disposizioni antifrode

Com'è noto, in base alle disposizioni dell'art. 27 del dl 78/2010 e dei provvedimenti attuativi dell'Agenzia delle entrate del 29 dicembre 2010, i soggetti che intendono effettuare le operazioni intracomunitarie «di cui al titolo II, capo II del dl n. 331/93» devono manifestare tale volontà nella dichiarazione di inizio attività (quadro I del modello anagrafico Iva, oppure casella C del quadro A per gli enti non commerciali non soggetti passivi). Se non espressa nella predetta dichiarazione, la volontà di effettuare le suddette operazioni potrà essere manifestata attraverso apposita istanza da presentare direttamente a un ufficio dell'Agenzia delle entrate (questa, peraltro, è la sola modalità per i soggetti esteri identificati direttamente, che devono presentare l'istanza al Centro Operativo di Pescara).

Entro 30 giorni dalla manifestazione di volontà, dopo avere eseguito i primi riscontri, l'ufficio può emettere un atto di diniego dell'autorizzazione, in assenza del quale il contribuente si intende autorizzato a decorrere dal 31° giorno successivo alla manifestazione di volontà. Fino al decorso dei 30 giorni, come spiega la relazione illustrativa del dl 78/2010, resta sospesa «la soggettività attiva e passiva delle operazioni intracomunitarie anche attraverso la loro esclusione dall'archivio interrogabile Vies...; nei 30 giorni suddetti il soggetto potrà operare in piena legittimità per le operazioni interne, con gli adempimenti previsti». In ogni caso, l'autorizzazione (implicitamente rilasciata) potrà essere successivamente revocata dall'Agenzia, sulla base di ulteriori valutazioni e controlli. I provvedimenti di diniego e di revoca possono essere impugnati con ricorso alla Ctp.

L'estensione delle disposizioni alle prestazioni di servizi

Uno dei chiarimenti più rilevanti e di immediato impatto operativo forniti dall'Agenzia delle entrate venerdì scorso riguarda l'ambito oggettivo del regime di sorveglianza e autorizzazione istituito dalle nuove disposizioni. Sebbene dal punto di vista letterale il vincolo autorizzatorio riguardi soltanto le operazioni intracomunitarie di cui al titolo II, capo II del dl n. 331/93, ossia gli scambi di beni, l'Agenzia ha precisato che esso deve ritenersi applicabile, per molteplici ragioni, anche alle prestazioni di servizi intracomunitarie (si veda ItaliaOggi del 15 gennaio 2011). Più precisamente, si tratta delle prestazioni di servizi c.d. generiche scambiate fra soggetti passivi, alle quali si applica la regola generale di tassazione nel paese del committente con il meccanismo dell'inversione contabile, con obbligo di presentazione del modello Intrastat (salvo che per le prestazioni non imponibili o esenti). In effetti, come si evince indubitabilmente dalla normativa comunitaria, in particolare dall'art. 214 della direttiva 2006/112/CE del 28 novembre 2006, come modificato dalla direttiva 2008/8/CE del 12 febbraio 2008, il possesso di un numero di partita Iva incluso nella banca dati Vies è indispensabile per poter effettuare non solo scambi di beni, ma anche prestazioni di servizi generiche all'interno dell'Ue.

Conseguenze dell'assenza di autorizzazione

Detto questo, occorre interrogarsi sulle conseguenze dell'assenza di autorizzazione. In proposito, parrebbe ragionevolmente da escludere che all'impresa non autorizzata sia totalmente preclusa la possibilità di effettuare operazioni intracomunitarie. Riprendendo il passaggio della relazione illustrativa in ordine all'assenza di soggettività passiva intracomunitaria durante i 30 giorni dalla richiesta dell'autorizzazione, pare di poter dire che la medesima situazione, ossia carenza di soggettività passiva intracomunitaria, dovrebbe realizzarsi in capo all'impresa che non abbia richiesto od ottenuto l'autorizzazione. In sostanza, l'impresa si porrebbe nei riflessi delle operazioni intracomunitarie come un privato consumatore; di conseguenza, per esempio, eventuali acquisti di beni oppure di servizi c.d. generici in altri stati membri rimarrebbero tassati ad Iva nello stato membro di origine. Questo regime potrebbe risolversi, come si diceva, in un effetto positivo per le imprese nazionali che effettuano soltanto in via occasionale «micro-acquisti» di beni e/o servizi: per esempio, se si acquista, per qualche decina di euro, un programma informatico scaricato via internet (operazione che costituisce una prestazione di servizi di e-commerce), l'impresa che non ha un numero Iva abilitato alle transazioni intracomunitarie pagherebbe l'Iva al fornitore estero, evitando la tassazione nazionale e i connessi adempimenti (tra i quali il modello Intrastat). Per completezza, ci si deve chiedere anche se l'imposta pagata nello stato membro del fornitore possa essere chiesta a rimborso all'amministrazione estera, per il tramite dell'Agenzia delle entrate, con la procedura dell'art. 38-bis1 del dpr 633/72, qualora sussistano, naturalmente, tutti i presupposti di legge. Nella normativa nazionale non sembrano esistere ostacoli al riguardo, mentre la lettura dell'art. 4, lett. b) della direttiva 2008/9/CE del 12 febbraio 2008 fa sorgere il dubbio che, ove si tratti di acquisti di beni, la risposta sia negativa, non essendo rimborsabile l'Iva addebitata in relazione a cessioni che siano o possano essere esenti in quanto intracomunitarie (anche se non si spiegherebbe, in questo caso, la limitazione della preclusione alle sole cessioni di beni e non anche alle prestazioni di servizi).

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