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Per i professionisti una responsabilità penale oggettiva

del 12/01/2011
di: Valerio Stroppa
Per i professionisti una responsabilità penale oggettiva
Una nuova responsabilità penale oggettiva per il professionista che rischia di aprire un'ulteriore frattura nelle sempre più traballanti fondamenta della pianificazione fiscale. L'ordinanza del tribunale del riesame di Brescia, che ha ammesso la confisca per equivalente sul patrimonio del consulente che partecipa attivamente alla commissione di un illecito tributario perseguibile penalmente (si veda ItaliaOggi del 7 gennaio 2010), ha aperto una serie di interrogativi riguardo alla quale le categorie attendono risposte. Già commercialisti e consulenti del lavoro avevano messo in guardia da un possibile utilizzo distorto dello strumento introdotto dalla legge n. 244/2007 (si veda ItaliaOggi dell'8 gennaio scorso). A rassicurare i consulenti tributari c'è, per ora, il fatto che esiste un solo precedente conosciuto inerente a una norma che è in vigore da tre anni: tuttavia, i pericoli potenziali per i professionisti crescono laddove il meccanismo abbracci anche i rami dei trust e, più in generale, dell'abuso del diritto.

«Se un'operazione riqualificata dall'amministrazione finanziaria come abuso di diritto viene considerata frode», commenta l'avvocato Stefano Loconte, partner dell'omonimo studio, «è evidente che tutti i consulenti che abbiano contribuito alla realizzazione di quell'operazione rischiano di conseguenza un'imputazione per aver partecipato alla truffa». Sul tema dell'abuso è necessario tenere in considerazione il fatto che buona parte della dottrina sostiene la non punibilità in chiave penale delle operazioni giudicate elusive (si veda ItaliaOggi del 7 gennaio); tuttavia, il fatto che in diverse procure siano stati chiesti rinvii a giudizio proprio a seguito di casi di abuso del diritto non lascia dormire sogni tranquilli ai professionisti. Si pensi, per esempio, ai consulenti che realizzano operazioni straordinarie e trust, nelle quali i risparmi d'imposta ottenuti (in maniera giuridicamente lecita e a fronte di valide ragioni economiche dell'operazione) possono essere molto consistenti. «In questo caso», prosegue Loconte, «qualora venga additata la correità del professionista, a catena si succederebbero tutti gli effetti del reato, quale il sequestro preventivo dei beni, per importi che potrebbero essere anche superiori alle sue disponibilità patrimoniali, il processo, ecc. Credo che si tratti di uno scenario sproporzionato e che tutto vada adeguatamente calmierato. Facendo di tutta l'erba un fascio, si rischia di mettere sulle spalle dei professionisti responsabilità personali e patrimoniali eccessive».

Situazione analoga con riferimento ai trust giudicati elusivi dal Fisco. Anche in questo caso, per non incorrere nell'eccesso di coinvolgimento nelle scelte dei propri clienti, che potrebbe far scattare gli effetti penali, i professionisti dovranno porre in essere particolari accorgimenti (si veda ItaliaOggi di ieri). «Il pericolo maggiore arriva dai clienti spot, ossia quelli non abituali, dei quali il consulente talvolta non conosce a fondo, se non addirittura per niente, caratteristiche, storia e situazione economica-patrimoniale», è l'opinione di Roberto D'Imperio, consigliere nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili con delega alla fiscalità.

«Per questo motivo non può essere richiesto al consulente di fare il controllore per conto dell'amministrazione finanziaria: anche volendolo fare, spesso mancano gli elementi, come nei casi in cui il professionista si limita a trasmettere un modello dichiarativo o un bilancio. Come può vedere i propri beni confiscati l'intermediario che ha semplicemente inviato un F24 recante una compensazione fasulla che non poteva controllare di persona?». In ogni caso, nonostante tutti i timori sollevati in questi giorni dalle categorie, la norma della Finanziaria 2008 in sé non appare in discussione. «Il problema non è lo strumento, ma l'utilizzo che se ne fa», prosegue D'Imperio, «soprattutto in un sistema tributario come il nostro in cui l'unica certezza è l'incertezza, nel quale gli adempimenti continuano ad aumentare e dove i comportamenti da seguire vengono quasi sempre individuati attraverso la prassi amministrativa. È evidente che nei singoli casi in cui viene accertata in maniera incontrovertibile la compartecipazione del professionista all'illecito fiscale è giusto che chi ha sbagliato paghi. Ma da questo principio particolare non se ne può trarre uno generale, obbligando 130 mila commercialisti ad essere una sorta di longa manus del Fisco nel controllare preventivamente l'operato dei propri clienti. Così si stravolgerebbe il senso della libera professione».

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