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L'Ue boccia gli aiuti fiscali alle società quotate in borsa

del 23/12/2010
di: di Gabriele Frontoni
L'Ue boccia gli aiuti fiscali alle società quotate in borsa
Italia bocciata sugli aiuti di Stato. La Corte di Giustizia Ue ha emesso ieri una sentenza di condanna nei confronti di Roma per «non aver dato adeguata esecuzione alla decisione con cui la Commissione europea, il 16 marzo 2005, ha bocciato le agevolazioni fiscali concesse alle società ammesse alla quotazione di borsa». I fatti risalgono all'anno prima. Per stimolare lo sbarco a Piazza Affari di nuove società, il governo italiano aveva acconsentito a introdurre un'aliquota ridotta del 20% dell'imposta sul reddito a favore di chi avesse deciso di quotarsi sul listino milanese, aumentando così per un triennio l'utile netto realizzato dalle stesse società. Non solo. Il regime agevolato aveva l'effetto di ridurre il reddito imponibile nell'esercizio fiscale nel quale aveva avuto luogo l'operazione di ammissione alla quotazione in Borsa. E queste riduzioni si traducevano nell'applicazione di un'aliquota fiscale effettiva più bassa sui redditi del 2004. Un vero e proprio aiuto di Stato, secondo la Commissione che nella comunicazione 2006/261 dichiarava inammissibile il comportamento di Roma richiedendo il recupero delle somme erogate. Ma i richiami di Bruxelles sarebbero passati quasi inosservati. A tal punto che, a distanza di quattro anni, mancherebbero all'appello ancora 4,3 milioni di euro. E degli aiuti per i quali è stata inviata un'ingiunzione di pagamento, soltanto il 25,9% sarebbe stato recuperato. Di qui, il ricorso ai giudici del Lussemburgo che hanno così sentenziato: l'Italia non ha varato le misure necessarie per recuperare gli aiuti. E le decisioni prese da alcuni tribunali italiani – che hanno decretato la sospensione del recupero degli aiuti – sono state adottate in manifesta inosservanza del diritto comunitario. Poco efficace anche il decreto legge varato dal governo nel 2008 per risolvere il problema nato dalla sospensione degli ordini di recupero degli aiuti disposta dai giudici nazionali. Nonostante sia stato considerato dalla Corte come un'azione seria, i giudici europei hanno lamentato il fatto che il dl non è comunque riuscito a sanare la situazione ottemperando agli obblighi derivanti dalla decisione della Commissione europea. «In conformità all'art. 3, n. 3, della decisione n. 2006/261, la Repubblica italiana era tenuta a sopprimere il regime di aiuti quanto prima», si legge nel giudizio espresso dalla Corte del Lussemburgo. «In particolare, qualora l'aiuto fosse già stato concesso sotto forma di riduzione dei pagamenti delle imposte dovute durante l'esercizio fiscale in corso, lo Stato membro avrebbe dovuto riscuotere l'intera imposta dovuta unitamente agli interessi con l'ultimo versamento previsto per il 2004. In tutti gli altri casi, l'imposta esigibile, maggiorata degli interessi, doveva essere recuperata al più tardi alla fine del periodo fiscale in cui cadeva la data di notificazione di tale decisione, ossia il 17 maggio 2005». Ma così non è stato. E non ci sarebbero nemmeno scusanti. Secondo la Corte Ue, il solo mezzo di difesa che uno Stato può opporre al ricorso per inadempimento proposto dalla Commissione è quello dell'impossibilità assoluta di dare esecuzione alla decisione. A meno di difficoltà impreviste e imprevedibili. «Nei suoi contatti con la Commissione e nell'ambito del procedimento dinanzi alla Corte, la Repubblica italiana non ha fatto valere alcuna impossibilità assoluta di esecuzione della decisione 2006/261», hanno sottolineato i giudici europei secondo cui, il l'Italia si sarebbe solo limitata a portare a conoscenza della Commissione le difficoltà giuridiche, politiche o pratiche legate al recupero degli aiuti erogati.
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