Consulenza o Preventivo Gratuito

Contributo di solidarietà, una spina nel fianco

del 15/12/2010
di: Luigi Carunchio Presidente UNGDCEC
Contributo di solidarietà, una spina nel fianco
Di pari passo con il crescente malessere dei giovani, cresce l'intensità del dibattito sui temi della previdenza della categoria. Per anni, l'Unione giovani dottori commercialisti ed esperti contabili ha battuto sul tasto della cultura previdenziale, intesa come necessità di crescere nuove generazioni di colleghi che, oltre a essere sprovvisti di futuri trattamenti pensionistici adeguati, non fossero sprovvisti anche della consapevolezza di questo drammatico accadimento prospettico.

In questo l'Unione è sempre stata supportata in modo più che adeguato dai vertici della Cassa di previdenza dei dottori commercialisti e conta di instaurare in futuro lo stesso proficuo rapporto di reciproco rispetto, pur nella diversità dei ruoli tra istituzione e sindacato, con la Cassa di previdenza dei ragionieri.

Grazie all'Unione e alle istituzioni della categoria, insomma, ai giovani dottori commercialisti e ai giovani esperti contabili non è stata applicata in questi anni la «dottrina Mastrapasqua», secondo la quale è opportuno che i giovani collaboratori a progetto iscritti alla gestione separata Inps non abbiano esatta contezza dei futuri trattamenti pensionistici di cui potranno beneficiare, così da evitare «sommovimenti sociali».

Il punto però è proprio questo: a forza di lavorare per la trasparenza e la crescita di una cultura previdenziale di categoria nei giovani, stiamo avvicinandoci al momento (beata l'ora!) in cui questo sommovimento sociale arriverà sul serio.

Perché, si chiede il giovane informato, devo considerare un fatto ineluttabile, come il sorgere del sole o il mutare delle stagioni, il fatto che io debba ricevere in futuro pensioni pari al 25 o al 30% dei miei ultimi redditi, quando oggi c'è chi ottiene tassi di sostituzione più che doppi avendo tra l'altro spesso versato meno della metà dei contributi che verso io?

Perché dobbiamo considerare la riforma operata nel 2003 una grande riforma, quando tutto sommato ci si è limitati a tirare una riga dicendo: tutto quello che è successo e maturato fino a ora è salvo (secondo la solita logica da caserma del «chi c'è, c'è») e per quello che succederà d'ora in poi attenti a voi? È stata una giusta mediazione. Ora però sono passati sette anni e le cose sono cambiate.

Perché, si chiede sempre il giovane collega informato, dobbiamo accettare lezioni di deontologia da colleghi oggi in pensione che non hanno nemmeno accettato di farsi carico di un contributo dal piccolo impatto finanziario, ma dalla grande valenza simbolica, quale il c.d. «contributo di solidarietà»?

Chi ha fatto ricorso contro il «contributo di solidarietà» può avere anche mille ragioni di carattere giuridico, ma nessuna, davvero nessuna, di principio.

Non fosse altro perché i veri contributi di solidarietà sono i contributi versati da chi vedrà liquidata la sua pensione al 100% con il metodo contributivo e, ciò nonostante, si vede costretto a destinare il proprio contributo integrativo (oggi tutto, domani speriamo solo una parte) alla sostenibilità di una Cassa generosa, per via di una sentenza, proprio verso i ricorrenti. Con la consapevolezza, crescono insomma le domande.

Nel continuare a lavorare per stimolarle, è però giunto il momento di provare anche a far crescere le risposte: la rivoluzione culturale è appena cominciata.

vota