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Fusioni, la neutralità è salva pure se viene meno la riserva

del 11/11/2010
di: Valerio Stroppa
Fusioni, la neutralità è salva pure se viene meno la riserva
Il venir meno di una riserva indisponibile non pregiudica la neutralità fiscale della fusione, ma ne costituisce «conseguenza necessaria» e resta «totalmente estranea al concetto di realizzo invocato dall'Agenzia». Lo ha affermato la sezione tributaria della Cassazione con sentenza n. 22849/10, depositata ieri, che ha respinto la tesi dell'ufficio. Questo aveva emesso un avviso di accertamento Irpeg e Ilor per l'anno 1996 relativo alla ritenuta realizzazione della riserva indisponibile ex articolo 2426, numero 4) del codice civile per effetto di fusione per incorporazione. La rettifica era stata bocciata dai giudici tributari di Ctp e Ctr: da qui il ricorso per cassazione dell'Agenzia delle entrate. I magistrati della Suprema corte osservano che inizialmente la società A possedeva interamente le quote della società B, iscritte in bilancio al costo storico. Successivamente la partecipazione è stata rivalutata, ossia considerata in bilancio secondo il criterio del patrimonio netto; la conseguente plusvalenza, è stata iscritta in una specifica riserva non distribuibile. In seguito, intervenuta la fusione per incorporazione, la società B si è estinta e, divenendo il patrimonio della partecipata proprietà della partecipante, con essa sono venute meno sia le quote sia la ragione stessa della riserva. Così facendo, l'importo della riserva indistribuibile era stato trasferito in un'altra riserva straordinaria, circostanza che, secondo la Ctr Lombardia, «se pure aveva fatto venire meno l'indistribuibilità della riserva medesima, non aveva però comportato alcun realizzo nel senso voluto dall'art. 54 del Tuir». Una tesi confermata dal collegio di legittimità, secondo il quale la corrispondente somma in bilancio costituisce «null'altro che una differenza tra il costo della partecipazione (i. e. delle relative quote) e il valore del patrimonio netto della partecipata (benché calcolata prima della fusione)» e «non può non rientrare tra le differenze di fusione, con soggezione al previsto regime di neutralità fiscale». Gli «ermellini» ricordano quindi che, mentre di regola la variazione rispetto al passato dei criteri di valutazione dei cespiti in bilancio si traduce in una violazione del principio di continuità dei valori contabili, in questo caso la diversa iscrizione della plusvalenza «costituisce conseguenza diretta e necessaria della fusione». Da qui la conferma della sentenza impugnata.

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