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Agenti, l'Irap è k.o.

del 22/10/2010
di: di Debora Alberici
Agenti, l'Irap è k.o.
L'agente di commercio non paragonabile all'imprenditore sul fronte Irap. Infatti paga l'imposta solo se dotato di autonoma organizzazione.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 21578 del 21 ottobre 2010, ha rafforzato quanto affermato l'anno scorso dalle Sezioni unite.

In sostanza la sezione tributaria ha dato torto all'Agenzia delle entrate che, nel ricorso depositato al Palazzaccio, aveva ribadito la sua intenzione di non rimborsare il contribuente in quanto, «in qualità di rappresentante di commercio», è un imprenditore «e come tale sarebbe in ogni caso soggetto passivo dell'imposta, senza indagini di fatto relative all'esistenza di una autonoma organizzazione».

La tesi, già respinta dalla Commissione tributaria regionale delle Marche non ha incontrato il favore del Collegio di legittimità che ha invece rafforzato la pronuncia delle Sezioni unite dell'anno scorso con la quale è stato licenziato, sul fronte Irap, il problema degli agenti di commercio. Salva, ovviamente, la speranza di una norma che metta a tacere tutte le polemiche nate sulla definizione di autonoma organizzazione.

Sul punto in sentenza si legge che «in tema di Irap, a norma del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, primo periodo e 3, comma 1, lett. c), del dlgs 15 dicembre 1997, n. 446, l'esercizio dell' attività di agente di commercio di cui all'art. 1, legge 9 maggio 1985, n. 204 è escluso dall'applicazione dell'imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata». In altre parole, secondo gli Ermellini, il requisito dell'autonoma organizzazione, «il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione e non sia , quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l'“id quod plerumque accidit”, il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza dell'organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui. Costituisce onere del contribuente, che chieda il rimborso dell'imposta asseritamente non dovuta, dare la prova dell'assenza delle predette condizioni».

Anche la Procura generale di Piazza Cavour aveva sollecitato la stessa conclusione. Invece l'agente di commercio non ha svolto alcuna difesa di fronte alla Suprema corte, sicuro già di avere la vittoria in tasca.

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