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È tempo di rivedere il Tuir

del 15/10/2010
di: di Stefano Sassara
È tempo di rivedere il Tuir
Su alcuni quotidiani è recentemente apparsa la notizia di una signora milanese di 64 anni, cui il commercialista ha consigliato di separarsi legalmente dal marito per ottenere un incremento della pensione mensile ed anche qualche beneficio di natura fiscale.

Il fatto: la signora percepisce una pensione mensile di 192 euro, anziché di 500, poiché, il reddito del suo nucleo familiare, cui concorre anche la pensione del marito, risulta abbastanza elevato.

Per lo stesso motivo, non può fruire di alcuna esenzione dal ticket sulle spese sanitarie, ma sia lei che il marito non hanno la possibilità detrarsi tali spese in dichiarazione dei redditi: lei perché «incapiente» (reddito personale troppo basso) lui perché la moglie, superando, seppure di poco, il limite di reddito di 2.840 euro annui (troppo ricca!) non può essere considerata a fiscalmente a carico.

Al di la del fatto di cronaca, la storia alquanto bizzarra evidenziava alcune grossolane incongruenze che contraddistinguono il nostro sistema di welfare e la normativa tributaria.

La cifra di 2.840,51, già £ 5.500.000, che l'articolo 12 del Tuir considera come limite massimo di reddito per poter considerare fiscalmente a carico un familiare, è rimasta immutata da oltre 15 anni, resistendo stoicamente all'inflazione ed al passaggio dalla Lira all'Euro.

Nel 1995, anno in cui il suddetto limite veniva fissato a 5.500.000 lire, il reddito medio annuo di un operaio si aggirava sui 20 milioni di lire, oggi quel limite è rimasto bloccato a 2.840 euro mentre il reddito medio è salito a 17 mila euro: oggi una persona che trova un lavoretto saltuario di nemmeno due mesi fa perdere al proprio coniuge o al proprio genitore, il diritto alla detrazione di imposta ed all'eventuale detrazione delle spese mediche o di istruzione.

Ma nel Testo unico, questo non è l'unico parametro che andrebbe rivisto: basta addentrarsi nei meccanismi di determinazione del reddito di lavoro dipendenti per trovare altre incongruenze.

Nel 1998, il nostro legislatore fissava in 10.240 lire la soglia di esenzione per i buoni pasto riconosciuti ai lavoratori dipendenti e, quantomeno sino al passaggio alla moneta unica, una persona poteva anche pensare di utilizzare quel buono per un panino, una bibita ed un caffè senza dover integrare di tasca propria, ma nel 2010 con 5,29, posso pagare unicamente il coperto ed il caffè.

Lo stesso ragionamento deve farsi per i limiti di esenzione previsti per le indennità di trasferta: come si può pensare nel 2010 di pranzare, cenare e pernottare per soli 46 euro al giorno in Italia e 62 all'estero!

Senza scomodare autorevoli studi sull'andamento dei prezzi al consumo e del costo della vita negli ultimi dieci anni, sicuramente possiamo dire che è giunto il momento di aggiornare alcuni dei parametri contenuti nel Testo unico delle imposte sui redditi, peraltro, senza troppi sforzi per il nostro Parlamento.

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