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Opposizione alle ingiunzioni, è caos

del 15/10/2010
di: di Gabriele Ventura e Anna Irrera
Opposizione alle ingiunzioni, è caos
Giudici in ordine sparso sull'opposizione ai decreti ingiuntivi. Dopo la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione (n. 19246 del 9 settembre scorso) che ha dimezzato i termini di notifica dell'opposizione al creditore da 10 a cinque giorni (si veda ItaliaOggi del 7 ottobre), i tribunali si stanno infatti muovendo con diversi percorsi interpretativi per evitare la conseguenza della improcedibilità sui giudizi di opposizione promossi prima della pronuncia della Corte suprema. In particolare Torino, Livorno e Bari hanno applicato la remissione in termini (art. 153 cpc). Mentre il tribunale di Varese ha applicato il principio del tempus regit actum per escludere l'applicazione del nuovo principio giurisprudenziale alle opposizioni pendenti. In tutto ciò, il Consiglio nazionale forense ha inviato al parlamento e, tramite circolare (n. 31-C-2010) agli ordini locali e alle associazioni maggiormente rappresentative dell'avvocatura, una proposta con due strade alternative di intervento sul codice di procedura civile. Per impedire le dichiarazioni in massa di improcedibilità delle opposizioni ai decreti ingiuntivi nelle quali l'opponente non si sia costituito nel termine di cinque giorni. Ma vediamo nel dettaglio la situazione di caos che si è creata dopo la sentenza della Cassazione.

Tribunali in ordine sparso. I tribunali si stanno adoperando per evitare che migliaia di procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo siano dichiarati improcedibili con una pronuncia di mero rito, senza che possano arrivare a una sentenza che decida il merito della causa, accertando il rapporto tra le parti. Il tribunale di Varese in una recente pronuncia (sentenza 8 ottobre 2010) ha contestato l'eccezione di improcedibilità del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo in considerazione della non retroattività delle nuove regole processuali. Tale pronuncia non individua quindi come rimedio la rimessione in termini. Al contempo, la tesi della remissione è stata affermata invece dai tribunali di Torino (sez. I civile, sentenza dell'11 ottobre scorso), Livorno e Bari. L'orientamento varesino, in pratica, propone di prendere atto del fatto che, in Italia, ormai si è arrivati a un sistema affine a quello di common law, in cui il precedente giudiziario di uniforme interpretazione della legge è idoneo a divenire fonte del diritto. L'orientamento torinese, invece, cerca all'interno del sistema stesso un rimedio per far fronte all'impasse, pur facendone una applicazione nuova.

La proposta del Cnf. Ieri il Consiglio nazionale forense ha diffuso una nota per individuare le possibili soluzioni al problema. Secondo il Cnf, il comma 1 dell'art. 165 cpc va interpretato nel senso che la riduzione del termine di costituzione dell'attore si applica, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, solo se l'opponente abbia assegnato all'opposto un termine di comparizione inferiore a quello previsto all'art. 163-bis comma 2 cpc (termini per comparire). Mentre il secondo comma dell'art. 645 cpc va letto nel senso che la riduzione dei termini, che lo stesso prevede, non riguarda i termini di costituzione. In sostanza, due strade alternative di interpretazione del cpc per impedire le dichiarazioni in massa di improcedibilità delle opposizioni ai decreti ingiuntivi. Va ricordato che la decisione della Cassazione (si veda ItaliaOggi del 7 ottobre 2010), aveva precisato che nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, la riduzione della metà del termine di costituzione dell'opponente-debitore consegue «automaticamente» alla proposizione della opposizione, indipendentemente dalla scelta dell'opponente di fissare all'opposto (creditore) un termine di comparizione inferiore a quello ordinario. Il documento di proposte è stato inviato dal Cnf ai rappresentanti del parlamento per dare voce al grave allarme diffusosi nei tribunali. In esso si rileva come «le conseguenze dell'applicazione immediata ai giudizi pendenti del mutamento di giurisprudenza appaiono inaccettabili e contrarie ai più elementari principi processuali nonché gravemente lesive delle garanzie costituzionali del giusto processo, in quanto è senz'altro censurabile applicare in danno delle parti decadenze o preclusioni che non sussistevano al momento del compimento dell'atto e che siano conseguenza di un mutamento giurisprudenziale».Tuttavia, ha concluso il Cnf, si sono fatti strada due diversi percorsi interpretativi, volti ad evitare la conseguenza della improcedibilità, salvando i giudizi di opposizione già promossi. I tribunali di Torino, Livorno e Bari hanno infatti, come visto sopra, applicato la rimessione in termini (articolo 153 cpc) e il tribunale di Varese ha applicato il principio del tempus regit actum per escludere l'applicazione del nuovo principio giurisprudenziale alle opposizioni pendenti.

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