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Lo studio è in salvo

del 09/10/2010
di: di Debora Alberici
Lo studio è in salvo
Non scatta il sequestro sullo studio dell'avvocato accusato di attività illecite.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 36201 dell'8 ottobre 2010, ha annullato il sequestro dell'immobile adibito a studio legale di un professionista accusato di alcune truffe con l'assicurazione.

Dopo il rinvio a giudizio le autorità avevano sequestrato all'uomo anche l'immobile nel quale svolgeva la sua attività di legale. Il gip di Cosenza non aveva convalidato la misura. Su ricorso della Procura le cose erano andate poi diversamente di fronte al Riesame. Infatti, l'immobile era stato sequestrato. Contro questa decisione l'avvocato ha fatto ricorso in Cassazione e lo ha vinto. I giudici del Palazzaccio lo hanno accolto affermando che la connessione fra il tipo di reato posto in essere e lo studio è indispensabile per far scattare la misura cautelare. In proposito, si legge in sentenza, «va preliminarmente osservato che il ricorso alle norme generali in tema di sequestro preventivo, nei casi in cui quest'ultimo sia finalizzato ad impedire la protrazione dell'attività illecita, è necessaria la presenza di una correlazione indefettibile tra l'immobile e la commissione del reato, la quale sussiste quando l'immobile non è soltanto il luogo dove si compie l'attività illecita (in astratto realizzabile anche altrove), ma costituisce mezzo indispensabile per l'attuazione e la protrazione della condotta illecita». Detto questo la Suprema corte ha poi concluso affermando che «l'immobile adibito a studio legale per l'esercizio della professione di avvocato non può ritenersi collegato -in modo automatico- da un nesso strumentale diretto e immediato all'esercizio di tale attività, che è caratterizzata piuttosto dal rapporto fiduciario esistente tra il professionista ed il cliente e che può svolgersi in luoghi diversi. Non è pertanto consentito sottoporre tale immobile a sequestro preventivo, qualora non sussista un rapporto di pertinenzialità tra l'attività delittuosa e lo studio in cui la medesima viene esercitata».

La questione di diritto trattata dalla Cassazione ha creato opinioni discordanti fra i magistrati chiamati a decidere sul caso. Infatti la Procura generale della Cassazione aveva chiesto, nella requisitoria, che il ricorso dell'avvocato venisse respinto. Al contrario, il Collegio della sesta sezione penale ha accolto il ricorso annullando con rinvio la misura.

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