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Consulta: la Corte d'appello può rifiutare la consegna

del 25/06/2010
di: Debora Alberici
Consulta: la Corte d'appello può rifiutare la consegna
D'ora in avanti anche il cittadino straniero, nei confronti del quale il paese d'origine ha emesso un mandato d'arresto europeo per l'esecuzione di una pena, ha la possibilità di scontare il carcere in Italia. In sostanza la Corte d'appello potrà decidere di rifiutare la consegna. È quanto sancito dalla Corte costituzionale che, con la sentenza n. 227 di ieri, ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 18, comma 1, lettera r), della legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/Gai del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d'arresto europeo e alle procedure di consegna tra stati membri), nella parte in cui non prevede il rifiuto di consegna anche del cittadino di un altro paese membro dell'Unione europea, che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano, ai fini dell'esecuzione della pena detentiva in Italia conformemente al diritto interno

Ai giudici di palazzo della Consulta sono pervenute quattro ordinanze dalla Cassazione che ha paventato questi dubbi di legittimità costituzionale osservando che «la possibilità di espiare la pena nello stato del quale il destinatario del mandato di arresto europeo è cittadino o nel quale risiede o dimora è diretta a garantire la «risocializzazione del condannato», mediante la conservazione dei suoi legami familiari e sociali, allo scopo di facilitarne il corretto reinserimento al termine dell'esecuzione della pena, funzione, questa, che costituisce attuazione della finalità rieducativa della pena sancita dall'art. 27, terzo comma, Cost. Ne conseguirebbe la violazione anche di questo parametro costituzionale, che al riguardo non consentirebbe una discriminazione tra cittadino italiano e cittadino di altro stato membro dell'Unione».

Il giudice delle leggi ha ravvisato un contrasto con le norme europee che prevedono come principio cardine del Mae «il reinserimento sociale» del condannato, favorito dunque dalla possibilità di scontare la pena nel Paese dove risiede e dove ci sono i suoi affetti. «Se questa è la ratio della norma della decisione quadro così come interpretata dalla Corte di giustizia», scrive il Collegio, «è agevole dedurre che il criterio per individuare il contesto sociale, familiare, lavorativo e altro, nel quale si rivela più facile e naturale la risocializzazione del condannato, durante e dopo la detenzione, non è tanto e solo la cittadinanza, ma la residenza stabile, il luogo principale degli interessi, dei legami familiari, della formazione dei figli e di quant'altro sia idoneo a rivelare la sussistenza di quel “radicamento reale e non estemporaneo dello straniero in Italia” che costituisce la premessa in fatto delle ordinanze di rimessione». Ora l'ultima parola spetta al legislatore chiamato in causa dalla Corte costituzionale a colmare il vuoto legislativo e a determinare i parametri che dovranno seguire le Corti d'appello per rifiutare la consegna di uno straniero residente effettivamente in Italia.

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