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Pensione più vicina per chi è part-time

del 12/06/2010
di: Daniele Cirioli
Pensione più vicina per chi è part-time
Pensioni più vicine e più pesanti per chi ha svolto part-time verticale. Non solo per chi è ancora al lavoro, ma anche per chi è già in pensione a partire dall'anno 1997. Un effetto della sentenza della corte Ue del 10 giugno, infatti, è proprio la possibilità di avvicinare l'età di pensionamento, nonché di chiedere (al giudice nazionale) di tenere conto della clausola di non discriminazione sugli effetti pensionistici fissata dalla direttiva Ue n. 97/81 in vigore dal 1997. Che significa poter richiedere la liquidazione dell'assegno pensionistico (anche per chi è già in pensione) con la valorizzazione dei periodi non lavorati.

La discriminazione. La sentenza Ue (si veda ItaliaOggi di ieri) ha dichiarato discriminatorio il criterio adottato dall'Inps nel calcolo dell'anzianità contributiva con riferimento ai contratti di lavoro in part-time verticale. Un esempio può chiarire meglio. Si consideri un lavoratore assunto a tempo parziale che preveda un mese di lavoro alternato a un mese di sosta. Complessivamente, su un anno, il lavoratore è in attività per sei mesi, mentre per gli altri sei mesi non lavora; tuttavia, il suo rapporto di lavoro (la sua assunzione) perdura per l'intero anno. A fine anno, sul suo estratto conto contributivo Inps, il lavoratore troverà riportato l'accredito di soli 6 mesi ai fini pensionistici (e previdenziali in genere) che corrisponde al periodo su cui può fare riferimento per raggiungere il requisito contributivo per andare in pensione (20 anni per quella di vecchiaia retributiva, 35 anni per quella di anzianità e 5 anni per quella di vecchiaia contributiva). Per la corte Ue questo criterio dell'Inps è discriminante perché misura l'anzianità contributiva solo sui periodi d'effettiva attività: il lavoratore dell'esempio, pertanto, ha diritto al riconoscimento di tutto l'anno (i 12 mesi) come anzianità contributiva (e non solo 6 mesi come fa l'Inps).

Ma contano pure i contributi. Il principio della corte Ue produce riflessi sul calcolo della pensione. Il 1996 segna il divario tra i due sistemi di calcolo vigenti: quello retributivo (per chi a tale data ha accumulato almeno 18 anni di contributi) e quello contributivo. Il primo sistema calcola l'assegno di pensione senza tener conto dell'entità dei contributi che il lavoratore ha accumulato durante la vita lavorativa: la pensione, infatti, è determinata da una quota percentuale dell'ultima retribuzione (la media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni). L'altro sistema, invece, determina l'assegno di pensione proprio sull'entità dei contributi accumulati durante tutta la vita lavorativa (perciò sistema contributivo). La trasposizione del principio della corte Ue appare più favorevole ai lavoratori nel primo sistema pensionistico che nel secondo. Infatti, considerare un maggiore periodo di contribuzione nel sistema retributivo (nell'esempio i sei mesi di non lavoro) fa aumentare la quota percentuale che determina la pensione e, quindi, la misura della stessa. Lo stesso effetto non si ottiene nel sistema contributivo: che siano 6 o 12 i mesi accreditati, non cambia il totale dei contributi accumulati, per cui alla fine non varia la misura della pensione. In conclusione dunque, per chi è già in pensione con il sistema retributivo (o ancora deve andarci) la sentenza della corte Ue segna un punto a favore per chiedere (e ottenere) la maggiorazione dell'assegno pensionistico. Non è così per chi è in pensione (o ancora deve andarci) con il sistema contributivo, per il quale l'assegno è destinato a cambiare poco. In entrambi i casi, certo è invece l'effetto di avvicinare l'età di accesso al riposo.

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