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Vitto e alloggio, l'Iva è un costo

del 10/06/2010
di: di Federico Gavioli
Vitto e alloggio, l'Iva è un costo
La circolare n. 25/E del 19 maggio scorso segna un cambio di rotta rispetto a precedenti orientamenti ministeriali: l'imposta sul valore aggiunto sulle prestazioni di vitto e alloggio non detratta per mancanza delle relative fatture, ma anche per scelta di convenienza economica, può essere dedotta dal reddito di impresa come costo, assumendo lo stesso rilievo anche ai fini dell'Irap. L'intervento chiarificatore delle Entrate chiude così il cerchio interpretativo sorto a seguito delle modifiche contenute nel decreto n. 112/2008 che ha limitato la previsione di indetraibilità oggettiva dell'imposta sul valore aggiunto pagata sui servizi di vitto e alloggio. È appena il caso di ricordare che ai sensi dell'art. 22, terzo comma, del dpr n. 633 del 1972, gli imprenditori non sono obbligati a richiedere la fattura per le prestazioni alberghiere e di ristorazione; detto obbligo, infatti, sussiste soltanto per gli acquisti effettuati presso commercianti al minuto in relazione a beni che formano oggetto dell'attività propria dell'impresa. L'indetraibilità dell'Iva relativa a dette spese potrebbe, dunque, derivare, tra l'altro, dalla mancata richiesta della fattura da parte dell'impresa ovvero del professionista. In mancanza della fattura, le prestazioni alberghiere e le somministrazioni di alimenti e bevande sono documentate mediante scontrino o ricevuta fiscale, quindi, mediante documenti che non consentono l'esercizio della detrazione in quanto privi dell'evidenziazione dell'Iva relativa a dette prestazioni. L'Agenzia delle entrate aveva con la circolare 3 marzo 2009, n. 6, precisato che l'Iva non detratta in seguito a una valutazione discrezionale del contribuente non può costituire un costo inerente e, quindi, deducibile dal reddito. Con la risoluzione 31 marzo 2009, n. 84, era stato chiarito che detto principio doveva essere applicato anche ai fini del calcolo della base imponibile Irap.

La novità interpretativa.

Le Entrate, con la risoluzione n. 25/E del 2010, ritengono che le considerazioni svolte nei richiamati documenti di prassi, in merito al carattere non inerente del costo rappresentato dall'Iva detraibile, ma non detratta per effetto della mancata richiesta della fattura, possono subire, tuttavia, un'eccezione qualora la scelta di non richiedere la fattura per le prestazioni alberghiere e di ristorazione si basi su valutazioni di convenienza economico-gestionale.

Imprese e professionisti spesso non richiedono la fattura per detrarsi l'Iva sui servizi di vitto e alloggio perché i costi da sostenere per eseguire gli adempimenti connessi alle fatture sono calcolati in misura superiore rispetto al vantaggio economico costituito dall'importo dell'Iva detraibile. Le spese di vitto, infatti, sono spesso di modesta entità e accade con molta frequenza che vi siano delle resistenze da parte degli esercenti nel rilasciare la fattura per importo di così piccole entità.

L'Agenzia delle entrate ritiene che il costo, nelle ipotesi in cui l'imprenditore o il professionista scelga di non detrarsi l'Iva per mancanza della fattura, possa essere dedotto ai fini delle imposte sui redditi; in sintesi in mancanza delle fatture relative alle prestazioni alberghiere e di ristorazione, l'imprenditore o il professionista possono dedurre dal reddito, come elemento aggiuntivo del costo sostenuto per l'acquisto delle prestazioni medesime, l'Iva non detratta, sempreché la stessa presenti la natura di «costo inerente» all'attività. La limitazione al 75% della deducibilità delle spese relative a tali prestazioni, secondo quanto previsto dall'art. 109, comma 5, del dpr 917/86, sarà, quindi, riferita al costo delle predette prestazioni maggiorato dell'Iva non detratta. Tale onere assume rilevanza anche ai fini Irap a condizione che sia iscritto tra i costi che concorrono alla determinazione del valore alla produzione netta da assoggettare all'imposta.

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