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La lucciola deve pagare le tasse se non prova l'illiceità dei proventi

del 08/06/2010
di: Benito Fuoco
La lucciola deve pagare le tasse se non prova l'illiceità dei proventi
Quando non sia fornita l'effettiva prova che i guadagni e le somme contestate dall'Ufficio provengano dallo svolgimento della prostituzione, e contestualmente vi siano dei versamenti bancari o degli incrementi patrimoniali, anche le prostitute non sfuggono alle imposte. Sono in sintesi le motivazioni che si ricavano dalla lettura della sentenza n. 109/10/10 emessa dalla Commissione tributaria regionale del Lazio e depositata in segreteria lo scorso 3 maggio. I giudici regionali riformando la decisione dei colleghi di primo grado di Viterbo, hanno aggirato con eleganza il problema dibattuto sulla tassabilità o meno dei proventi illeciti, ed hanno comunque riconosciuto la legittimità dell'accertamento fiscale basato sugli incrementi patrimoniali di ingiustificata provenienza e sulle movimentazioni bancarie. La questione dibattuta in dottrina ed in giurisprudenza ha avuto delle evoluzioni significative che attualmente, particolarmente sul piano normativo, inducono a ritenere tassabili tutti i proventi illeciti. Già nel 1993 con l'introduzione dell'articolo 14, comma 4, della legge n°537 venne stabilito che i proventi qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo e non soggetti a confisca, dovevano essere ricompresi nell'articolo 6, comma 1, del dpr 917/86. Tuttavia i redditi della prostituzione, hanno subito sempre un trattamento particolare nell'ambito della tassazione dei proventi illeciti. Infatti la stessa Commissione provinciale di Milano nella sentenza n.272/47/2005, aveva stabilito che i redditi di tale natura non erano riconducibili ad illeciti penali civili o amministrativi, quindi non potevano essere tassati. Successivamente con un intervento normativo seguente (Legge n°248/2006) il legislatore ha specificato che la sopraccitata norma doveva essere interpretata nel senso che anche se questi redditi illeciti non classificabili nelle categorie di cui all'articolo 6 del dpr n°917/86, sono comunque considerati redditi diversi. La Commissione regionale del Lazio dopo aver verificato che, nel caso in trattazione la contribuente aveva comunque dimostrato una capacità di reddito ingiustificata, ha ritenuto legittimo l'accertamento sintetico delle Entrate di Viterbo ed ha respinto il ricorso introduttivo della ricorrente. Tutto questo, anche se, tra le righe della sentenza, si leggono frasi del tipo «la ricorrente ritiene di svolgere l'attività di prostituta ma non fornisce prova….» e ancora «nel caso di specie la contribuente ha allegato solo due verbali di denuncia resa ai carabinieri di Lodi, da cui si rileva che l'attività è stata svolta solo in quei due giorni...». Lascerebbe quasi a intendere che, qualora la ricorrente avesse dimostrato lo svolgimento effettivo di questa attività, forse la Commissione li avrebbe considerati in qualche maniera «esenti».

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